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Apple contro l’FBI, privacy contro sicurezza

Apple contro l’FBI, privacy contro sicurezza

La società ha deciso di non fornire backdoor, nemmeno per fini di sicurezza pubblica

di Giacomo Zito

ROMA - La privacy prima di tutto. Per un’azienda come Apple è possibile passare sopra a tutto pur di difendere i propri clienti, anche se si trattasse di casi di sicurezza nazionali. Così, dopo che l’FBI è entrata in possesso di due iPhone appartenenti a Mohammed Saeed Alshamrani, un ufficiale che lo scorso dicembre aprì il fuoco nella base di Pensacola (Florida) uccidendo tre persone, la Apple non ha fornito l’aiuto necessario per lo sblocco del cellulare. 

LA POLEMICA - I dati forniti all’interno del cellulare potrebbero essere molto rilevanti e fornire molte informazioni sui casi di sicurezza nazionale, e non solo. Eppure la Apple non si è tirata indietro e, secondo il procuratore generale William Barr, si sarebbe rifiutata di sbloccare gli iPhone. Eppure, la società non si è tirata indietro a fornire dei dati essenziali, dichiarando di aver fornito «un'ampia varietà di informazioni» entro poche ore dalle richieste dell'FBI. Apple rimane impassibile, però, sulle chiavi di accesso: non ne ha fornita nessuna, nemmeno in questo caso.

IL COMMENTO - «Continuiamo a dire che non esistono cose come le backdoor solo per i buoni. Le backdoor possono essere sfruttate anche da coloro che minacciano la sicurezza nazionale e i dati e la sicurezza dei nostri clienti»: così ha chiarito in una nota stampa la Apple. La privacy prima di tutto, quindi.

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