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Coronavirus, si abbassa l'età dei contagi

Coronavirus, si abbassa l'età dei contagi

"L'età media dei casi di infezione varia a seconda di chi è stato sottoposto a tampone" e dato che adesso sono soprattutto giovani, l'effetto è presto detto

di Valerio Cruciani

ROMA - Attenzione ai giovani! Si abbassa l'età dei contagiati dal virus di Covid-19. Se all'inizio della pandemia nella grande maggioranza i casi registrati in persone anziane, adesso le infezioni sono rilevate soprattutto nei giovani, tanto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) rileva che a spingere la pandemia sono i contagi che avvengono fra chi ha da 20 a 40 anni. La guardia deve quindi restare alta, considerando i rischi per le fasce d'età più vulnerabili.

L'OMS - "L'epidemia sta cambiando e le persone di 20, 30, 40 anni stanno sempre di più pilotando la diffusione", ha detto il direttore dell'ufficio del Pacifico Occidentale dell'Oms, Takeshi Kasai. "Molti non sanno di avere l'infezione - ha aggiunto - e ciò aumenta il rischio di contagio dei più vulnerabili".

IN ITALIA - Si tratta di un problema internazionale che si rispecchia anche in Italia, dove la curva delle nuove diagnosi di infezione, che continua a salire, indica che aumentano sempre di più i giovani contagiati, abbassando la media dell'età dei contagiati. Questo conferma anche i timori dell'OMS secondo cui ci sarebbe un'ampia porzione di popolazione contagiata ma asintomatica. I numeri più recenti diffusi dall'Istituto Superiore di Sanità indicano, per esempio, che all'11 agosto il 51,5% dei casi di infezione (pari a 9.303) era da individui asintomatici, l'8,9% da persone con sintomi molto lievi (1.616) e il 22,6% (22,6%) da persone con sintomi lievi. I dati italiani indicano inoltre che l'età mediana dei casi confermati di infezione da Sars-CoV-2 è scesa dagli oltre 60 anni registrati nei primi due mesi dell'epidemia ai 35 anni di quest'ultimo periodo. 

IL RAPPORTO - "L'età media dei casi di infezione varia a seconda di chi è stato sottoposto a tampone: attualmente si fanno tamponi in prevalenza a persone che tornano dall'estero o a contatti di persone infettate, quindi in persone molte delle quali sono del tutto asintomatiche e spesso giovani", ha osservato l'infettivologo Massimo Galli, dell'Università di Milano e primario dell'ospedale Sacco. "Al momento del grande disastro - ha detto riferendosi alle prime fasi dell'epidemia in Italia - si facevano tamponi solo ai pazienti gravi, che erano in maggioranza anziani. Gli anziani, come dimostrano varie evidenze, compresi i nostri dati di Castiglione d'Adda, non solo sviluppano un'infezione più grave, ma sono anche più suscettibili dei giovani all'infezione, si infettano più facilmente". Adesso però "gli anziani hanno imparato a essere prudenti, a proteggersi, ma bisogna evitare che l'infezione esca di controllo e si estenda di nuovo alle fasce più fragili". A far scattare il campanello d'allarme sono i ricoveri nelle unità di terapia intensiva: "stiamo cominciando a rivedere casi che necessitano di ricovero in rianimazione, anche se pochi, per fortuna. Nel mio ospedale - ha detto Galli - le persone intubate sono due, nemmeno particolarmente anziane, tornate da un viaggio all'estero: tocca per forza continuare a raccomandare cautela e il rispetto per le misure di prevenzione".

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