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Giappone, solo il 3,5% degli ex yakuza ha un reinserimento sociale

Giappone, solo il 3,5% degli ex yakuza ha un reinserimento sociale

di Simona Mambro

ROMA – Secondo quanto diffuso dal ministero degli Interni, in Giappone nel decennio concluso nel 2020 dei 5.900 ex affiliati a organizzazioni mafiose note come "yakuza", solamente il 3,5% sono stati in grado, grazie all'aiuto degli appositi programmi di reinserimento messi in campo dalle forze di polizia, di trovare e mantenere un nuovo impiego. Nonostante gli sforzi messi in campo dall'apposito centro di recupero gestito dalla Polizia, i risultati sono stati al di sotto delle aspettative, anzitutto a causa del basso numero degli ex affiliati che si rivolgono alle istituzioni per il proprio reinserimento. "Gli ex membri delle organizzazioni criminali in Giappone attribuiscono grande importanza alla propria reputazione criminale per cui, di fatto, non accettano di rivolgersi a istituzioni dello Stato per ricevere assistenza", ha commentato l'avvocato Motoo Kakizoe, esperto di lotta alle mafie. "Nel sistema attuale, non esiste un serio programma di assistenza che resti operativo anche dopo che l'ex yakuza ha trovato lavoro, per cui è difficile per loro mantenere nel tempo il posto trovato. Per questo è importante fornire programmi di specializzazione e formazione agli ex detenuti per agevolare il reinserimento stabile nella società", ha aggiunto Kakizoe. Intanto, nella propria lotta alla cosca locale Kodo-kai, la polizia di Fukuoka ha siglato un memorandum con una rete di 35 tra prefetture e dipartimenti di polizia del paese per offrire lavoro agli ex yakuza al di fuori delle proprie prefetture di origine, per garantire occasioni in inserimento in zone dove non hanno presumibilmente contatti e conoscenze in ambito criminale, lanciando al contempo un programma di aiuti (in contanti una tantum fino a 6 mila euro) destinati alle aziende che assumono ex affiliati.

 

FONTE: Agenzia Dire

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