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Latte, Greenpeace: «Filiera non equa»

«Fondi europei finiscono principalmente a grandi aziende, mentre piccoli produttori scompaiono»

di Giulio Calenne

ROMA - «Le proteste dei pastori sardi sono il sintomo evidente del fatto che qualcosa non funziona nella gestione delle filiere e nel meccanismo dei fondi della PAC», dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia, commentando la crescente ondata di manifestazioni contro il basso prezzo del latte.

IL COMMENTO - «Troppo spesso assistiamo a filiere non eque, che non sono in grado di garantire ai produttori non solo una remunerazione adeguata, ma neppure di coprire i costi di produzione. La produzione zootecnica, inoltre, è sempre più concentrata in grandi aziende, mentre i piccoli produttori scompaiono. Solo in Italia, nell’ultimo decennio, hanno chiuso oltre 320 mila aziende, un calo del 38 per cento. Mentre il numero delle aziende agricole “grandi” e “molto grandi” è aumentato complessivamente del 44 per cento», continua Ferrario. 

I FONDI - «I fondi pubblici della PAC dovrebbero essere invece spesi per sostenere agricoltori e allevatori, in direzione di una transizione necessaria verso una produzione basata su metodi ecologici. Questo per ridurre la quantità complessiva di animali allevati, aumentare la qualità, preservare l’ambiente e garantire il sostentamento di agricoltori e comunità rurali, e non solo di pochi attori industriali», conclude.

LA CAMPAGNA - Greenpeace, con la sua campagna Il Pianeta nel Piatto, chiede dunque una Politica Agricola Comune davvero “nuova” ai parlamentari europei che si esprimeranno sulla riforma della PAC domani, 14 febbraio, in Commissione Ambiente del Parlamento Ue, e il 6 o il 7 marzo prossimi in Commissione Agricoltura.

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