Aree naturali protette: sono un patrimonio esclusivo di alcuni?

ROMA – Sono di questi giorni le polemiche scatenate dalla recente nomina, a cura del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, dell’avvocato Alessio Abbinante a Presidente dell’Ente di gestione delle Aree protette del Po piemontese.

Le “colpe” dell’avv. Abbinante – e consequenzialmente del Governatore Cirio che lo ha nominato – alla base di tali polemiche, consisterebbero, facendo un compendioso resoconto degli articoli dedicati al tema, nel fatto che si tratterebbe di: un “leguleio di professione” (termine dispregiativo normalmente utilizzato per indicare un avvocato di mezza tacca o, se si preferisce, pedante, cavilloso, un moderno Azzecca-garbugli, tanto per evocare un noto personaggio letterario); un cacciatore di uccelli fluviali, per di più pure presidente regionale di un’associazione venatoria; un nostalgico della destra di Giorgio Almirante e attualmente in quota a Fratelli d’Italia, partito del quale sarebbe anche responsabile regionale per la caccia.

Tra le espressioni figurate più colorite e sardoniche usate a voler sottolineare l’inadeguatezza e l’inopportunità di nominare un cacciatore al vertice dell’ente di gestione di aree naturali protette regionali, all’interno delle quali, tra l’altro, è vietata l’attività venatoria e assicurato un elevatissimo e diversificato regime di tutela della fauna selvatica, figura quella secondo cui tale scelta è equivalsa a “… mettere un piromane a dirigere i vigili del fuoco …”.

Ora, al di là del fatto che tale allegorica battuta si presta a repliche altrettanto pittoresche e graffianti, come quella in base alla quale “non c’è migliore preposto alla vigilanza venatoria di un ex bracconiere”, piuttosto che “non c’è migliore incaricato alla prevenzione di incendi dolosi di un ex piromane”, si ritiene opportuno tralasciare le di sicuro non eleganti valutazioni di natura professionale e le polemiche sulle simpatie politiche dell’avv. Abbinante, anche perché quest’ultime in particolare appaiono non solo assolutamente fuori contesto , ma pure vagamente imputabili a quelle parti politiche che normalmente considerano, forse in ragione del lascito di un’entità misteriosa, non meglio precisata, la tutela dell’ambiente una propria, esclusiva, prerogativa.

Sforziamoci quindi a comprendere per quali ragioni un cacciatore, per di più uomo di legge, non potrebbe ricoprire un ruolo, una carica istituzionale apicale all’interno dell’ente di gestione di un parco o di una riserva naturale.

Secondo molti ambientalisti e animalisti, solo chi in possesso di certi profili professionali, ancorché non previsti dalla normativa di riferimento (legge 6 dicembre 1991, n. 394, ndr), come quelli di biologo o ricercatore, potrebbe e dovrebbe ricoprire dette cariche e, di sicuro, non chi esercita l’attività venatoria.

A tale ultimo riguardo, istintivamente chi non è ferrato in materia potrebbe anche chiedersi: ma perché, chi esercita la caccia può essere ritenuto un “poco di buono”, un soggetto non raccomandabile?

In linea di principio, tutto può essere, ma una cosa è certa però: chi è titolare di una licenza di porto di fucile per uso caccia non solo ha il certificato generale del casellario giudiziario (“fedina penale”) e quello dei carichi pendenti puliti, ma è “radiografato”, in sede di rilascio o rinnovo della licenza stessa, a tutte le latitudini, da quelle psico-fisiche a quelle che, sulla base di condotte anche solo segnalate alle autorità di polizia, potrebbero rivelare una sua “pericolosità sociale”, elemento distintivo, quest’ultimo, dall’effetto ostativo anche se imputabile a soggetti conviventi. Requisiti, quelli indicati, che non obbligatoriamente sono invece connessi allo status di ricercatore o di biologo ovvero a qualsiasi altro profilo professionale.

Ne, peraltro, si può sostenere che chi esercita l’attività venatoria faccia qualcosa di illecito, essendo la stessa rigorosamente disciplinata dalla normativa europea, statale e delle singole regioni o, ancora, che un cacciatore sia meno rispettoso dell’ambiente, in senso lato inteso, rispetto ad altre categorie di soggetti.

La questione a cui ci si vuole sottrarre è, in verità, un’altra: per essere un valido componente dell’organo di gestione di qualunque ente pubblico, e a qualsiasi livello istituzionale, occorrono soprattutto delle capacità manageriali-gestionali-organizzative, che derivano anche dal titolo di studio posseduto (più facile pensare, in tal senso, che le abbia un laureato in discipline giuridiche o economiche che non un laureato in biologia o in scienze forestali), ma che presuppongono soprattutto una formazione specialistica e/o l’aver maturato esperienze concrete, conoscenze dirette acquisite con i ruoli ricoperti, con la pratica.

Manca ed è mancato, molto spesso, proprio questo nella gestione delle aree naturali protette, oltre che la definizione di un “modello di governance” funzionale all’efficientamento della gestione stessa; le esperienze gestionali di numerose aree protette, in particolare di quelle istituite a livello regionale, ci rivelano infatti che gli enti di gestione sono una impalcatura burocratica che si sovrappone ad altre, con ulteriore appesantimento delle procedure, in termini di pareri, nulla osta, approvazioni e controlli.

Senza contare che alcune aree protette sono state istituite o hanno subito variazioni in aumento del loro perimetro mediante procedure non propriamente corrispondenti alla normativa statale di riferimento, comprendono a volte delle porzioni di territorio non caratterizzate dalla rilevante presenza di elementi tali (formazioni fisiche, biologiche, geologiche, geomorfologiche, paleontologiche e vegetazionali di rilevante valore naturalistico e ambientale) da richiedere uno speciale regime di tutela, porzioni che così sono state di fatto sottratte a una gestione sostenibile, dinamica e meno vincolistica.

E il tutto, spesso è stata la conseguenza di spinte ambientaliste estreme, che trasformano il rispetto per la natura in una sorta di religione, di credo ideologico, e che fanno perdere di vista che lo sviluppo sostenibile dei territori è importante quanto la tutela degli stessi.

Un territorio che non produce ricchezza e benessere per la comunità che lo vive, anche perché soffocato da ingiustificabili e insopportabili limitazioni alle più elementari attività umane, è un territorio destinato a impoverirsi e spopolarsi.

Un territorio che viene “mummificato” produce quegli squilibri ecologici, anche in termini di sovrappopolamento di alcune specie faunistiche, di cui oramai da anni siamo spettatori.