Riforma della giustizia: sarà “referendum ELETTORALE”!

ROMA – Nella seduta del 30 ottobre scorso il Senato della Repubblica, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, ha approvato il testo della legge costituzionale recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», nota più semplicemente come “Riforma della giustizia”, già approvato dalla Camera dei deputati, sempre in seconda votazione e a maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 18 settembre ultimo.

Ai sensi dell’articolo 138 Cost., poiché tale legge di revisione costituzionale è stata approvata da ciascuna Camera nella seconda votazione con una maggioranza inferiore ai due terzi dei suoi componenti, entro tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del relativo testo un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali potranno domandare che si proceda al referendum popolare; ne conseguirà che in caso di referendum la legge per poter essere promulgata e poi entrare in vigore con la sua pubblicazione dovrà essere approvata, in sede referendaria, dalla maggioranza dei voti validi espressi dagli elettori.

Ci sono dubbi sul fatto che la “Riforma della giustizia” sarà sottoposta a referendum?

Assolutamente no!

Sono già in corso le attività per allestire i relativi comitati referendari (per il NO, allo scopo di bocciare la riforma, per il SÌ, al fine di confermarla e consentirne l’entrata in vigore).

In breve, la riforma sostanzialmente prevede:

  • due carriere distinte, quella dei magistrati giudicanti (giudici) e quella dei magistrati requirenti (pm), concorsi differenziati per accedervi, senza possibilità di passare dal ruolo requirente a quello giudicante o viceversa una volta vinto il concorso per l’una o l’altra funzione;
  • la scissione del Consiglio superiore della magistratura (CSM) ossia dell’organo di autogoverno della magistratura: uno per la magistratura giudicante, l’altro per la magistratura requirente;
  • che i componenti dei due CSM non saranno più eletti come per l’attuale, ma estratti a sorte: i membri laici, da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento in seduta comune; i membri togati, tra tutti i magistrati che avranno i requisiti stabiliti con successiva legge ordinaria. Il mandato dei componenti dei due CSM durerà quattro anni e gli uscenti non potranno partecipare alla nuova procedura di sorteggio;
  • che i poteri disciplinari, oggi assegnati a una sezione speciale del CSM, saranno esercitati da un nuovo organo: l’Alta corte disciplinare, composto da 15 membri, in prevalenza estratti a sorte da elenchi, con i membri togati che saranno in superiorità numerica ma con il suo presidente che sarà eletto tra i membri laici. Con legge ordinaria si disciplineranno gli illeciti disciplinari, le sanzioni, la composizione dei collegi, il procedimento e il funzionamento dell’Alta corte;
  • che si potrà presentare ricorso verso una sentenza solo davanti alla stessa Corte del primo grado che, in secondo grado, giudicherà in una composizione diversa.

Tralasciando in questa sede qualunque considerazione circa le ragioni ravvisabili a sostegno del SÌ o del NO alla riforma prima descritta a grandi linee, ciò che sembra affiorare è che il referendum popolare che si terrà nella primavera del prossimo anno finirà per essere il più importante banco di prova elettorale prima delle elezioni politiche previste nel 2027.

Infatti, nonostante gli inviti da più parti a non “politicizzare” il referendum, a non trasformarlo in una sorta di test pro o contro il governo di centrodestra, non vi è dubbio che una parte (prioritaria) della magistratura finirà per “aggregarsi” con le forze politiche di opposizione in Parlamento per bocciare la riforma. Gli slogan, i messaggi concettosi e sintetici utilizzati in questi giorni per raffigurare in positivo o in negativo la riforma riflettono sicuramente anche autentici convincimenti interiori di chi li esprime, ma altrettanto certamente servono a mascherare la “resa dei conti” in atto tra una parte della politica e la (una parte della?) magistratura, la cui genesi è risalente all’ingresso di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana.

Diversamente detto, la vera posta in gioco è il tentativo, non dichiarato e non dichiarabile, di parte della politica (comprese alcune componenti moderate del centrosinistra) di riequilibrare il rapporto tra i poteri dello Stato, che dalla fine della prima Repubblica in poi ha visto un deciso sbilanciamento a favore del potere giudiziario.

E non è un caso che la riforma della giustizia fosse uno dei punti essenziali del programma elettorale del centrodestra.

Per questo e altri motivi, il referendum della prossima primavera più che un referendum popolare, confermativo o meno della riforma della giustizia, sarà un vero e proprio referendum ELETTORALE.