Capodanno: ma che cosa ci sarà mai da festeggiare?

ROMA – Leggevo, solo qualche giorno fa, un articolo di Marcello Veneziani dal titolo “La luna e i falò dei capodannati”, originariamente pubblicato sul blog ufficiale dell’autore il 30 dicembre 2018 e successivamente riproposto attraverso i suoi canali social ufficiali.

In questo articolo Veneziani, con sottile e pungente ironia, ma pure con capacità di osservazione critica delle vicende umane, caratteristiche queste che lo contraddistinguono sempre, soprattutto quando mette a fuoco ciò che valuta come difetti e tare di natura sociale o politica, svolge con gli occhi distaccati e imperturbabili della luna – che, “paffuta e solitaria, al lume di sé stessa”, guarda dall’alto affacciata sulla terra – delle riflessioni sui rituali di Capodanno.

Una luna, quella di Veneziani, che assiste imbarazzata e sconcertata alle liturgie e cerimonie di Capodanno, fatte di grida, spari, botti, vere e proprie bombe, fuochi d’artificio e auguri di ogni genere, e che dice a sé stessa: “… quanto sono scemi gli abitanti della terra …, cos’hanno da brindare per un giorno come gli altri, una manciata d’attimi tra la luce di un anno che va e il buio ignoto di un altro che viene”.

E tutto questo per cosa?

Per niente, prosegue la luna, “… solo per santificare un nonnulla, una festa non per uomini né dei, nascite né morti”, solo per celebrare “… il tempo che passa”, per “… illudersi di un transito tra il Non più e il Non ancora che dura lo spazio di un momento, nel varcare il confine tra due paesi immaginari denominati Annovecchio e Annonuovo”, per brindare a un giorno “… che, lo dice la parola, è a capo del danno chiamato tempo-che-passa” e quindi, allusivamente, un danno a cui consegue il progressivo logoramento e declino dell’essere umano.

Una luna che a ben vedere ci racconta e dice, allegoricamente, molto di più dell’umanità, del genere umano, che ci disvela di questo la fragilità, la debolezza e la ridicolaggine, il suo bisogno ineluttabile di ricorrere a pratiche e a gesti scaramantici e propiziatori, di buon auspicio.

In tal senso, a proposito di Capodanno, come non ricordare la tradizione di mangiare, dopo il brindisi di mezzanotte, le lenticchie con lo zampone e il cotechino, piatto che diventa simbolo dell’opulenza, dell’abbondanza economica e della buona sorte, con il maiale che rappresenta la sostanza ossia i soldi e le lenticchie la moltiplicazione degli stessi.

Una luna che del genere umano ci narra e palesa anche, sempre metaforicamente parlando, la necessità, irrinunciabile, di appellarsi a cerimonie o azioni di purificazione da impurità, malattie, fatture, malocchi (“jettature”), contaminazioni spirituali o conflitti emotivi repressi.

Ma, indirettamente e deduttivamente, del genere umano la luna di Veneziani ci dice ancora riguardo alla sua pochezza, irresponsabilità, meschinità e limitatezza morale e mentale in senso lato, riguardo al suo agire egoistico e speculativo a scapito degli altri, perfino a costo di metterne a serio repentaglio la vita, alla sua mancanza di sensibilità e vicinanza verso chi soffre, all’assenza di valori veri come il rispetto per il prossimo o della res publica.

In tale ultima direzione, come non annoverare tra le dette “peculiarità umane”, che non concorrono di certo a rendere l’essere umano distintamente diverso dagli altri esseri viventi, i numerosi atti vandalici e i consueti bollettini della “Battaglia della notte di Capodanno”, che anche quest’anno contano complessivamente un morto e oltre 280 feriti (di cui almeno 4 in pericolo di vita), tra cui, in particolare, un bambino rimasto ferito, fortunatamente in maniera lieve, dopo essere stato colpito di striscio da un proiettile vagante e un ventenne che, dopo aver perso tre dita per l’esplosione di un botto ed essere stato soccorso, medicato e dimesso dall’ospedale, non pago è tornato in strada, ferendosi nuovamente, questa volta al volto e a un occhio, e facendo così ritorno nello stesso ospedale.

Ma come non ascrivere alle descritte “peculiarità umane” anche quella che è stata mestamente ribattezzata la “Strage di Capodanno di Crans-Montana”, in Svizzera, al pub Constellation, con almeno 40 morti e oltre 120 feriti a causa dell’incendio divampato nel locale nelle primissime ore del Nuovo Anno. Ora è il momento del dolore più atroce, soprattutto quando si piange la scomparsa di un giovane figlio, poi arriverà quello dell’elaborazione del lutto, a cui seguirà quello della ricerca delle responsabilità per soddisfare la comprensibile sete di giustizia, con le prime ipotesi di responsabilità, in termini di mancanza delle necessarie misure di sicurezza e autorizzazioni, che affiorano dalle indiscrezioni delle indagini in corso.

 

Ma se il Capodanno serve a far emergere in tutta la loro evidenza e addirittura in modo più dilatato le “peculiarità umane” prima esposte, non è legittimo chiedersi, come fa la luna di Veneziani, che cosa ci sarà mai da festeggiare.