Baby-gang o gang giovanili o maranza: i termini del momento!

Il contesto

Una società sempre più caratterizzata da una emorragia di valori, che consegue a un deficit educativo agli stessi e attraversa strati di popolazione via via più diffusi, una società malata destinata, senza una drastica inversione di rotta, al declino, a forme di precarietà affettiva e relazionale e di inaridimento culturale e umano, in cui la famiglia, la scuola e le altre articolazioni della comunità non svolgono più un ruolo incisivo nell’educazione ai valori, in cui la digitalizzazione delle relazioni determina progressivamente un cambiamento significativo nel modo in cui le persone avvertono, sperimentano e vivono le relazioni, in cui l’esplorazione da parte dei giovani di una vastità di contenuti digitali, alcuni dei quali certamente non appropriati come l’esposizione a contenuti e modelli violenti attraverso i social, favorisce la normalizzazione e pratica degli stessi nella vita reale e una loro rapida diffusione e condivisione in rete, social che peraltro riducono sensibilmente le possibilità di controllo che i genitori esercitano sui giovani. Ma si potrebbe allargare il discorso alla povertà educativa, alla mancanza di prospettive e alla percezione di ostilità da parte di alcune istituzioni.

Quelli prima enunciati sono solo alcuni dei temi già trattati, che stanno non solo a certificare il rapporto di causalità che collega i diversi fenomeni sociali, ma che ci dicono anche del legame tra devianza giovanile e mancanza di inclusione, del ruolo dei social media e della necessità di politiche che offrano, ai giovani, reali opportunità di educazione alla cittadinanza e di crescita.

 

Il fenomeno

In tale ottica, come non ritenere che altri fenomeni sociali oggi sempre più diffusi e di attualità, classificati con termini come “baby-gang”, “gang giovanili” o “maranza” siano, al di là della appropriatezza dei termini stessi, collegati e conseguenti a detti fenomeni?

Giovani, adolescenti di età variabile, che si distinguono per stile vistoso, vita di strada e appartenenza al gruppo, che esprimono un generale e dilatato orientamento alla violenza come strumento “ordinario” di soluzione di conflitti e di riparazione di eventuali “offese” subite.

A tutto questo, si aggiunge poi l’usuale carica di provocazione e la scarsa capacità di autocontrollo tipica dei giovani, la percezione dell’agito violento, del mostrarsi trasgressivi o devianti, come mezzo per ottenere la considerazione e il riconoscimento di sé agli occhi degli altri o per sfogare la propria rabbia, percezione che paradossalmente finisce per aumentare nei giovani con la spettacolarizzazione a cura dei media dei comportamenti giovanili problematici e il recepimento di quest’ultimi, da parte dell’opinione pubblica, come sintomatici di un’emergenza sociale.

A proposito dell’evocato ruolo sempre più marginale della famiglia e della scuola nell’educazione ai valori, non è un caso che molti episodi di violenze giovanili si registrano proprio in quegli ambienti in cui la veicolazione e l’affermazione di modelli o messaggi educativi positivi risulta più difficile, dove la dispersione scolastica è più alta, dove la scuola fa maggiore fatica a offrire opportunità interessanti, dove le famiglie vivono una situazione di precarietà economica e sociale, dove la povertà educativa è più marcata.

In contesti come questi, il compimento di atti predatori di gruppo, accompagnato anche da forme di violenza spesso immotivata, significa per i giovani autori procurarsi beni da loro desiderati, umiliare coetanei che considerano più fortunati, ma anche mostrarsi come capi da temere, di cui aver paura, da “rispettare”.

Nella gang quei giovani trovano quindi la loro “famiglia”, la gang fornisce loro un’identità, una fisionomia precisa, la possibilità di uscire dall’anonimato, il senso di appartenenza, la protezione e, perché no, anche le risorse illegali per soddisfare i propri bisogni.

 

Lo studio

Interessanti sono i dati che emergono da uno studio, denominato “Le gang giovanili in Italia”, elaborato da Transcrime – centro di ricerca interuniversitario sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna e dell’Università degli Studi di Perugia – in collaborazione con la direzione centrale della Polizia criminale, che costituisce una mappatura a livello nazionale del fenomeno.

Questo studio ci dice che: le bande giovanili sono una realtà in aumento in Italia; c’è la necessita di un approccio multidisciplinare e integrato alla devianza di cui le stesse sono espressione, che tenga conto di molteplici aspetti e, in particolare, di quelli familiari, sociali e psicopatologici; per contrastare il fenomeno occorre un’efficace strategia di prevenzione, che passa attraverso la promozione, da parte delle istituzioni competenti, di iniziative di varia natura, capaci di orientare i giovani verso forme di impegno attrattive così da disinnescare l’avvio di percorsi criminogeni.

Curioso poi è l’identikit delle bande giovanili che emerge.

Chi subisce gli atti di violenza sono spesso coetanei dei componenti della banda, ma le azioni di quest’ultimi concernono anche atti di vandalismo e disturbo della quiete pubblica, fino a reati più gravi come il traffico di stupefacenti e le rapine.

Quattro sono i macro-modelli di banda giovanile individuati in base a vari elementi distintivi, come le attività svolte sui social, le caratteristiche socio-anagrafiche, le tipologie di reati commessi.

Il macro-modello più diffuso sul territorio nazionale è quello caratterizzato da bande prive di organizzazione strutturata e di distinzione di compiti all’interno, composte per lo più da circa 10 ragazzi italiani di età compresa tra i 15 e i 17 anni, che infieriscono su coetanei.

Un secondo tipo di gang, presente soprattutto nelle regioni del Sud Italia, è dedita invece al traffico di droga, alle estorsioni e alle rapine, e si ispira a o ha legami con organizzazioni criminali strutturate.

Un terzo macro-modello di bande giovanili, diffuso più nel Centro-Nord, si ispira invece a gang criminali estere ed è composto prevalentemente da ragazzi stranieri, di prima o seconda generazione, non integrati a livello sociale.

Il quarto tipo di baby gang è quello diffuso nelle aree urbane, caratterizzato da una struttura definita e di tipo verticistico, che pur non avendo legami con la criminalità organizzata si distingue per la gravità dei reati commessi.