Referendum sulla “Riforma della giustizia” senza esclusione di colpi!
ROMA – Nell’affrontare il tema della c.d. “Riforma della giustizia”, approvata in via definitiva dal Parlamento lo scorso ottobre con legge di revisione costituzionale, si diceva che il referendum popolare a cui sarebbe stata fatalmente sottoposta e che, come è noto, si terrà nei prossimi 22 e 23 marzo, sarebbe stato un vero e proprio “referendum ELETTORALE”.
Più esattamente, il più importante banco di prova elettorale prima delle elezioni politiche previste nel 2027, in quanto inevitabilmente si sarebbe assistito a una politicizzazione del referendum e dunque alla sua trasformazione in una sorta di test pro o contro l’attuale governo di centrodestra.
Ma si diceva anche che il referendum avrebbe avuto il significato di una specie di “resa dei conti” tra una parte della politica e una parte, prevalente, della magistratura, a causa dell’evidente e non dichiarabile tentativo della prima di riequilibrare il rapporto tra i poteri dello Stato, sempre più sbilanciato dalla fine della prima Repubblica in poi a favore del potere giudiziario e la cui genesi risale all’ingresso di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana.
Ciò, tuttavia, si ritiene che quanto verificatosi in questi ultimi giorni stia andando ben oltre le riferite aspettative e obiettivamente oltrepassando ogni limite di ragionevolezza.
Ci si riferisce, su tutte, alle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Calabria dal Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, secondo il quale voteranno per il “No”, e quindi per la bocciatura della “Riforma della giustizia”, “le persone perbene”, quelle che “credono che la legalità sia un pilastro importante per il cambiamento della Calabria”, mentre voteranno per il “SI” “ovviamente gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere, che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Tali affermazioni, che non potevano non infuocare ulteriormente il clima referendario soprattutto in considerazione della loro gravità e della rilevanza del ruolo ricoperto dall’autore, inducono alcune domande e riflessioni/osservazioni nel merito.
La prima banale osservazione è che Gratteri usa il verbo “avere” al condizionale in riferimento a coloro che voteranno “SI” ossia a quelli che, per l’appunto, altrimenti “non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” (quale quella del momento o quella che è nella sua testa?!), dichiarazione che sembrerebbe implicitamente ammettere che “una giustizia efficiente”, allo stato, nel nostro Paese non esista.
Diversamente, si dovrebbe ritenere che il Procuratore Gratteri pensi effettivamente che la “giustizia” nel nostro Paese sia oggi efficiente.
Se così fosse, provi magari a chiederlo ai numerosi italiani che si trovano a essere “indagati” o “imputati” – ossia a coloro che, non essendo “persone perbene” secondo il suo pensiero, “avrebbero vita facile” in caso di approvazione referendaria della “Riforma della giustizia” – senza capacitarsene, senza capire di quale punibile condotta si sarebbero macchiati e che magari finiscono anche nel tritacarne del linciaggio mediatico, e attendono anni, come spesso capita, prima di poter ritrovare una vita “normale” attraverso un’archiviazione nel caso dell’indagato o una sentenza di assoluzione per l’imputato.
O provi persino a chiederlo a chi finisce per essere condannato in via definitiva sulla base di processi esclusivamente indiziari, considerato che le formulette codicistiche della condanna dell’imputato solo quando risulti «(…) colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio (…)» ovvero della pronuncia della sentenza di assoluzione del medesimo «(…) quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova (…)» che abbia commesso il fatto trovano, non di rado, un’applicazione contraddittoria e inquietante al tempo stesso, tenuto conto che c’è in ballo il bene più prezioso riconosciuto dalla Carta costituzionale a un individuo: la sua libertà personale.
Oppure il Procuratore Gratteri, con le sue affermazioni pubbliche, pensa di poter delegittimare il pensiero di tutti i cittadini onesti, accomunandoli a quelle categorie di persone che a suo avviso rappresentano comunque la feccia della società, che sulla “Riforma della giustizia” avrebbero la “colpa” di non pensarla come lui?!
O invece il Procuratore Gratteri, forse in forza del ruolo che ricopre e chissà in nome di una singolare e curiosa libertà di espressione, pensa di potersi permettere parole che, oltre a essere divisive, diffamanti per chi è intenzionato a votare “SI” e travisanti la realtà, delegittimano il pluralismo democratico?!
O anche il Procuratore Gratteri voleva dimostrare con tali dichiarazioni di non temere sanzioni disciplinari nel caso in cui finisse, a causa delle stesse, davanti alla sezione speciale del Consiglio superiore della magistratura (CSM)?
Ma se così fosse, finirebbe per legittimare le recenti e forti dichiarazioni dal Guardasigilli Carlo Nordio, rilasciate a “Il Mattino di Padova”, secondo cui nel CSM le correnti interne alla magistratura rappresentano strumenti di potere decisivi per fare carriera e per assicurarsi l’immunità da possibili sanzioni.
Un meccanismo “para-mafioso”, un “verminaio correntizio”, un “mercato delle vacche”, “una consorteria autoreferenziale” che, dice Nordio menzionando le frasi dell’ex procuratore antimafia Roberti, proprio l’approvazione referendaria della “Riforma della giustizia” potrebbe rompere introducendo il sorteggio, l’estrazione a sorte dei componenti dei due CSM previsti (uno per la magistratura giudicante, l’altro per la magistratura requirente), con i poteri disciplinari che sarebbero esercitati da un nuovo organo, l’Alta corte disciplinare, composto da 15 membri in prevalenza estratti a sorte da elenchi, e con una successiva legge ordinaria che disciplinerebbe, tra l’altro, gli illeciti disciplinari e le sanzioni.


