Ciclismo: Tadej Pogacar e i cicloamatori che trasformano le strade in “zona 30”
ROMA – Il pensiero che istintivamente mi affiora parlando di ciclismo – ossia di uno degli sport più popolari, che in generale maggiormente appassiona gli sportivi perché simboleggia la saga, la narrazione epica dello sforzo umano che unisce prestazione fisiche estreme a paesaggi unici e seducenti, che ci racconta di storie fatte di sofferenza, coraggio e resistenza e di imprese leggendarie e talvolta fiabesche – è fatto di due facce: la figura del ciclista sloveno Tadej Pogacar e quella dei numerosi cicloamatori che, in gruppi più o meno numerosi, mi capita di incontrare sulle diverse strade percorse quotidianamente e, in particolare, nei fine settimana.
Relativamente a quest’ultimi, penso tutto il male possibile quando, anziché disporsi in fila indiana come suggerirebbero il buon senso, il rispetto del codice della strada e delle altre categorie di utenti della stessa, procedono in doppia fila, affiancati l’uno all’altro, occupando in tal modo buona parte della corsia stradale. Così facendo, oltre che violare il codice della strada, che solo all’interno dei centri abitati e se le condizioni del traffico lo consentono ammette tale condizione, provocano non solo dei rallentamenti considerevoli alla viabilità, conseguenti alle lunghe code che si formano anche in tratti di strade provinciali e regionali al di fuori dei centri abitati per effetto della loro trasformazione, di fatto, in “zona 30”, ma pure dei rischi significativi per la sicurezza stradale, con gli automobilisti in specie che sono costretti, per ritrovare sui tratti stessi una velocità “da vettura”, a manovre azzardate che comportano spesso la parziale occupazione della corsia di marcia in senso opposto.
La strada resta indubbiamente uno “spazio condiviso” e il codice non stabilisce priorità “per categoria”, ma delle “regole di convivenza” tra le stesse certamente sì e, almeno quelle, andrebbero osservate da chiunque. E la cosa che più stupisce, in tutto questo, è che i cicloamatori adulti normalmente sono anche dei conducenti di automobili e dunque dovrebbero avere piena consapevolezza, nella loro veste di ciclisti, non solo dei disagi che procurano ai primi, ma soprattutto dei pericoli per la sicurezza stradale che discendono dalla descritta condotta. Identica riflessione varrebbe anche per altre categorie di utenti della strada, tra tutti gli scooteristi che sfrecciano a velocità folli facendo lo slalom tra le vetture, i quali evidentemente “confidano” (SIC!) che i conducenti delle stesse abbiano un campo visivo di 360 gradi e una reattività da Superman.
Ma il discorso si allargherebbe troppo e quindi conviene aggiornarlo, anche se forse sarebbe il caso di ricordarlo agli interessati quando si verificano incidenti stradali, spesso mortali, che riguardano la rispettiva categoria di utilizzatori della strada.
Veniamo allora all’altra faccia del pensiero sul ciclismo, quella che riguarda Tadej Pogacar.
Parliamo di un fuoriclasse assoluto del ciclismo professionistico, che merita una trattazione a più riprese tanti sono i temi che sul suo conto potrebbero essere sviluppati e che, evidentemente, non è pensabile esaurire nell’attuale sede.
In questa “prima puntata” su Pogacar partiremo dalla fine, soffermandoci sulle sensazioni che oggi – con la stagione ciclistica 2026 da poco iniziata e con il successo del medesimo, per la prima volta, nella classicissima di primavera “Milano-Sanremo” – “Pogi” determina nei milioni di appassionati di ciclismo che lo seguono e si entusiasmano per le sue imprese sportive: la “dominanza” e, soprattutto, l’ormai pressoché totale identificazione del ciclismo stesso con questo straordinario atleta.
Relativamente al primo dei due fattori, Pogi non ha quasi più avversari. Limitandoci anche solo agli ultimi due anni, 2024 e 2025, ha vinto praticamente pressoché tutto di ciò che era importante vincere nelle competizioni a cui ha partecipato: due Tour de France, un Giro d’Italia (2024), due mondiali in linea, la medaglia d’oro in linea agli Europei (2025), due Liegi-Bastogne-Liegi, due Giri di Lombardia, un Giro delle Fiandre (2025), due edizioni delle Strade Bianche, una Freccia Vallone (2025) e poi altri successi in corse a tappe minori e nelle tappe dei grandi giri.
Un dominio, nel ciclismo di oggi e sui suoi avversari, netto, totalitario, dispotico, incontrastato su ogni terreno, che forse non si era mai visto in passato o almeno non si era mai visto dai tempi di Eddy Merckx, il “Cannibale”; ma di questo parleremo nella “prossima puntata”.
Ma l’aspetto che più colpisce è costituito dall’altro fattore, che scaturisce proprio dalla travolgente superiorità, dalla “dominanza” del ciclista sloveno su tutti gli altri: l’identificazione del ciclismo con Pogi.
Tale fattore si sostanzia nella diffusa sensazione che quando Pogi non corre ci sia poco o nulla di interessante da vedere.
Ed è proprio questo l’elemento, il tratto distintivo di Pogi ossia il portarci a ritenere che una corsa ciclistica, individuale o a tappe che sia, senza di lui sia una corsa marginale, priva di sostanziale interesse e valore, perché manca il suo re, il suo dominatore che, con i suoi attacchi da lontano, con le sue progressive e ripetute accelerazioni, con le sue “sgasate da seduto”, sviluppando wattaggi impensabili crea il vuoto, annichilisce gli avversari.
Avversari che quando Pogi partecipa alla corsa sono, la quasi totalità delle volte, praticamente ridotti a uno stato di rassegnazione che li porta a cercare una vittoria consistente nel centrare il secondo posto della classifica finale, esattamente come noi telespettatori, sapendo già come andrà a finire, ci concentriamo sulle sue mosse, attendiamo con trepidazione il momento prodigioso del suo attacco provando a immaginare dove potrà avvenire, ci lasciamo trasportare dalle sue gesta, salvo poi, alla fine, rimanere come per incanto stupiti di qualcosa che era ampiamente annunciata.
Una sensazione questa che, stando agli esperti, non si avvertiva neanche ai tempi del “Cannibale”, soprannome questo già chiaramente indicativo della sua avidità nella ricerca della vittoria, perché anche in sua assenza le corse conservavano lo stesso spessore, lo stesso identico valore, perché i suoi avversari coltivavano comunque l’ambizione di poterlo battere su qualche terreno o magari in occasione di giornate storte, perché gli appassionati di ciclismo sapevano della “esistenza” di tali avversari e del “ruolo”, non da figuranti ma da attori protagonisti, che potevano svolgere, soprattutto nelle corse di un giorno.


