Il calcio italiano? La “migliore” espressione di un Paese in cui la ricerca del “capro espiatorio” e dello scaricabarile sono da sempre l’esercizio più diffuso
ROMA – Sono di questi giorni le valutazioni e le connesse polemiche sull’ennesima disfatta del calcio italiano, con la terza consecutiva mancata partecipazione – dopo quelle del 2018 e 2022 – della nazionale alle fasi finali dei campionati del mondo, maturata nello scontro decisivo per farvi accesso di martedì scorso a Zenica contro la Bosnia, sul “campetto” di uno “stadio” che averlo nella nostra serie C forse potrebbe non rendere particolarmente compiaciuti.
Alla bufera che è scaturita dall’esclusione ai mondiali 2026, hanno fatto seguito le dimissioni del presidente della Figc Gabriele Gravina, in sella dal 2018 dopo la prima delle altre due ricordate eliminazioni, quelle del capo delegazione della nazionale Gianluigi Buffon e, da ultimo, quelle del commissario tecnico Gennaro Gattuso, scelto dal primo dopo l’esonero di Luciano Spalletti.
Si apre ora la fase della presentazione delle candidature per la poltrona di presidente Figc, da presentarsi entro 40 giorni dalle elezioni, previste a Roma per il 22 giugno.
La ricerca del “capro espiatorio” e dello scaricabarile
Dopo l’ultimo epilogo infausto per lo sport nazionale (lo è ancora?!), si è scatenata immancabilmente una delle tipiche bufere mediatiche del nostro Paese al verificarsi di eventi negativi che catalizzano le maggiori attenzioni dell’opinione pubblica, stavolta imperniata sulla ricerca, da parte di ognuna delle componenti a vario titolo del “sistema calcio”, di colpe e responsabilità in capo alle altre, anche nel tentativo di eludere quelle proprie attraverso operazioni di mascherato trasferimento.
A favorire questo circolo vizioso delle irresponsabilità, ci si è messa anche l’iniziale “resistenza” di Gravina a rassegnare, sensatamente e responsabilmente, le proprie dimissioni, un istituto quest’ultimo che, a quanto pare, nel nostro Paese, a differenza della sempre attuale ricerca del “capro espiatorio” e dello scaricabarile, in ogni settore o ambito non trova mai particolari favori o facili interpreti e, di sicuro, non costituisce l’esercizio più diffuso.
I mali e le responsabilità dell’intero “sistema calcio”
Il “sistema calcio” italiano è decisamente malato in ogni sua componente, da quelle meno responsabili rappresentate dai tifosi e (spesso) dalle famiglie dei giovani calciatori, per passare, secondo un ordine crescente, ai calciatori in generale, ai vari operatori del calcio e su tutti ai procuratori, alle diverse figure tecniche e dirigenziali e ai loro organismi associativi, alle società (anche dilettantistiche) di calcio e, in specie, alle 3 leghe professionistiche, per finire, a tutte le istituzioni, anche politiche, che direttamente o indirettamente sono competenti in materia di calcio.
Relativamente ai tifosi è evidente che non amano più la nazionale al livello di un tempo, come dimostrano anche gli share di ascolto, che si contrariano ogniqualvolta il campionato subisce soste per le partite delle nazionali, imprecando contro le federazioni interessate in caso di infortuni di calciatori della propria squadra durante le stesse, che non si meravigliano più se questa fa scendere in campo tutti, o almeno per due terzi, giocatori stranieri di frequente pure modesti, che sono portati a ritenere l’acquisto di giovani stranieri un “investimento” più importante rispetto alla valorizzazione di giocatori cresciuti in casa; quanto alle famiglie dei giovani calciatori, sono spesso le prime a non dare il buon esempio agli stessi, dai comportamenti irriguardosi assistendo alle loro partite, alla ricerca di ogni strada, anche non ortodossa, pur di vederli arrivare al “calcio che conta”.
Negli ultimi 10 anni non c’è stata una delle ricordate componenti che non abbia concorso o avuto una qualche forma di responsabilità nel fallimento del “sistema calcio”, che in senso contrario ha registrato la sola eccezione del successo agli europei 2020, svoltisi nel 2021 a causa del COVID (ndr) – che fu l’effetto soprattutto di una serie di fattori contingenti (anche fortunosi) e della sapienza tattica e gestionale di Roberto Mancini e del suo staff, nonché di Gianluca Vialli nella sua qualità di capo delegazione – eccezione metaforicamente sintetizzabile con l’adagio “una rondine non fa primavera”, esattamente come lo era stato in passato per le vittorie di altre nazionali (Danimarca, Grecia e Portogallo) nello stesso torneo.
E la cosa particolare è che successivamente ai richiamati fallimenti, prima del 2018 e poi del 2022, ciascuna di dette componenti non ha praticamente fatto nulla per migliorare lo stato di cose del momento, forse illudendosi, fino all’odierno tracollo, che si trattasse di estemporanei incidenti di percorso e non di effetti conseguenti a “deficit strutturali” che purtroppo richiedono, per essere superati, interventi radicali e di medio-lungo periodo.
Qualche esempio di questi interventi?
Partire in primo luogo dalle scuole calcio, rimettendo al centro del loro progetto didattico-educativo: l’addestramento ai fondamentali, alla tecnica individuale, anche attraverso percorsi formativi uniformi e standardizzati a livello nazionale, anziché l’esasperata applicazione della tattica, la ricerca ossessiva del risultato; l’insegnamento dei valori fondativi del calcio, come il rispetto, la solidarietà, lo spirito di squadra, la disciplina e l’impegno.
In altri termini: più gioco, più dribbling e creatività e meno schemi, meno “soldatini” che eseguono ordinatamente la loro posizione in campo, ma anche meno simulazioni, meno “tuffi”, meno messinscene quando si subisce un fallo, meno perdite di tempo, meno gioco violento, più rispetto per avversari e compagni.
Ma nella indicata direzione possono sicuramente costituire interventi determinanti anche la previsione di agevolazioni fiscali per la realizzazione di infrastrutture calcistiche moderne, nuovi stadi di proprietà delle società in particolare, nonché maggiori incentivi fiscali e vantaggi economici per i club che investono concretamente sui giovani calciatori, valorizzandoli. Tali tipi di intervento sono essenziali per far risalire la china alla Serie A che oggi, dopo gli splendori degli anni ’80 e ’90 in cui era il principale campionato del Vecchio Continente – come i risultati nelle competizioni europee per club e l’approdo nello stesso dei migliori talenti del calcio mondiale testimoniavano – è diventato un campionato che non occupa nemmeno più il podio dei tre migliori e che, peggio ancora, fa da “serbatoio” agli stessi.
Ma serve anche una semplificazione dell’azione amministrativa, occorre necessariamente tagliare passaggi procedurali, controlli e adempimenti superflui se non inutili. In questo Paese, per la sola posa della prima pietra di un nuovo stadio occorrono anni su anni all’insegna di complesse e contorte procedure burocratico-amministrative, dirette ora a superare questo o quel vincolo, ora all’acquisizione di pareri o nulla osta di questo o quell’ente, senza contare poi che la legittimazione attiva a investire l’autorità giurisdizionale competente delle relative questioni, con motivazioni spesso pretestuose e rispondenti a logiche asservite a ideologismi o a scopi non sempre nobili, non si nega praticamente a nessuno.
Così come serve regolamentare in maniera rigorosa le attività di operatori del calcio che, sulla base di logiche affaristico-speculative a vantaggio soprattutto di sé stessi oltre che dei calciatori, impongono alle società di calcio condizioni assurde con conseguenti lievitazioni dei costi delle operazioni di mercato, del quale sono diventati i veri “padroni”, e sottrazione di risorse per possibili investimenti produttivi.
Vogliamo parlare poi degli emolumenti esagerati che in generale percepiscono i calciatori professionisti rispetto ai giocatori di altri sport di squadra, ma anche di atleti che svolgono sport individuali? Peraltro, i calciatori medesimi, giocando sempre al rialzo del proprio ingaggio non solo in prossimità della scadenza del contratto, sembrano vivere in un mondo obiettivamente distante dalla vita reale, che ricomprende anche quei tifosi che li hanno eletti a idoli e che fanno grandissimi sacrifici economici per seguirli a causa dei prezzi dei biglietti allo stadio o degli abbonamenti tv che lievitano in continuazione, dovendo poi le società di calcio provare a far quadrare i conti rispetto alle maggiori spese che derivano da tali ingaggi. Società di calcio che, dal canto loro, oramai hanno come unica stella polare la ricerca del business, degli introiti, anche attraverso la partecipazione a tornei estivi che portano risorse ma non consentono un’adeguata preparazione atletica e tecnico-tattica alla squadra, che si piegano a calendari sempre più fitti di partite, salvo poi lagnarsi sistematicamente dei continui infortuni, in particolare muscolari, dei propri giocatori, soprattutto quando si verificano con le rispettive nazionali. Ma anche società che, sempre in nome del danaro, non esitano a rendere ancora più complicato il calendario, giocando ad esempio una modesta competizione come la supercoppa italiana all’estero, in un continente diverso dall’Europa, con impegnate non le sole 2 squadre che hanno vinto lo scudetto e la Coppa Italia, bensì pure altre 2.
Si potrebbe ancora continuare così, senza però che cambi la sostanza delle distorsioni del “sistema calcio” prima descritte.
Quanto alla nazionale in senso stretto non vi è dubbio che per favorirne la ripresa occorra anche una progettualità tecnica e metodologica unitaria, che parta dalle nazionali minori e giunga alla nazionale maggiore, esattamente come si sta facendo nel nostro Paese per altri sport, anche individuali, come il nuoto, il tennis, la pallavolo, l’atletica leggera, lo sci e il rugby, in cui si cresce sempre di più e si sfornano campioni e risultati.
Un mondo dorato, quello del pallone, ma ad oggi senza più i necessari presupposti
Insomma, per concludere, quello del pallone è un mondo che se non viene radicalmente riformato è ulteriormente destinato alla già attuale mediocrità e, in conseguenza di ciò, a regredire nella pratica, nell’interesse e nella considerazione degli sportivi/appassionati italiani, cedendo progressivamente il passo ad altre discipline sportive che fino a qualche anno fa erano decisamente secondarie, in cui, per rimanere in ambito CONI, scelte avvedute e coraggiose da parte delle relative federazioni hanno determinato una effettiva e decisiva inversione di rotta.
Se invece il “sistema calcio” pensa di voler continuare così come è, se ritiene che sia normale vedere in campo giocatori con ingaggi milionari che “litigano” letteralmente con il pallone, sbagliando controlli, passaggi e tiri in porta elementari, è certamente libero di farlo.
Certo, in tal caso sarebbe però magari opportuno risparmiarsi affermazioni come quelle, rilasciate prima delle sue dimissioni da Gravina, a proposito delle differenze che sussisterebbero tra uno sport professionistico quale è il calcio e altri sport che avanzano, ma che sono dilettantistici e si avvalgano di dipendenti dello Stato. Non fosse altro perché, anche a voler concedere ogni attenuante all’oramai ex presidente Figc legate al particolare e concitato stato emotivo in cui si trovava nell’immediatezza della disfatta di Zenica, sono affermazioni che si prestano a essere interpretate come offensive nei confronti di “campioni veri” di sport diversi dal calcio, che si allenano molto di più di quello che fanno calciatori “somari veri”, pur non avendo rispetto a quest’ultimi la stessa vetrina e notorietà e, soprattutto, ingaggi solo lontanamente assimilabili.
Emblematiche in tal senso le dichiarazioni ironiche del già campione olimpico dei cento metri Marcell Jacobs: “Mi alleno da dilettante con mentalità da professionista. Forse ho sbagliato sport”.


