Tra scenari di guerra, paure e incertezze conseguenti, ma anche, immancabilmente, sondaggi politici
ROMA – Un Paese, il nostro, che dopo le “distrazioni” determinate dapprima dall’esito del referendum sulla giustizia e poi dall’ennesima disfatta della nazionale di calcio, torna a essere assorbito dai rilevantissimi fatti di stringente attualità come la guerra in Iran e le sue pesanti e preoccupanti conseguenze, ma anche dai sondaggi politici, che fino alle elezioni politiche del prossimo anno accompagneranno, inevitabilmente, ogni altro fatto che occuperà le prime pagine della cronaca.
La guerra in Iran: conseguenze e riflessioni varie
La guerra in Iran ci ha visto, non diversamente da altri Stati europei e a dispetto dell’essere membri della NATO, in un primo momento ignari della decisione degli USA del presidente Trump di intraprenderla al fianco di Israele e, successivamente, in qualità di spettatori che assistono ai suoi sviluppi pressoché passivamente.
Sviluppi che, ornati dalle contraddittorie e per certi aspetti sconcertanti posizioni e dichiarazioni rispettivamente manifestate ed espresse dallo stesso presidente Trump – tra previsioni circa i termini di cessazione del conflitto, ultimatum vari, minacce di distruzione totale e ricerca di un accordo – di sicuro farebbero impallidire capi di stato e diplomazie del passato e che, se non ci trovassimo in presenza della gravità di un contesto di guerra, potremmo definire clownesche.
Insomma, uno scenario non facile da decifrare, che rende l’area geografica interessata (ma anche i possibili siti sensibili al di fuori di essa) una vera e propria “polveriera a cielo aperto”, che aveva già avuto, con gli stessi protagonisti, un preannuncio a giugno dello scorso anno con la c.d. “guerra dei 12 giorni”, basata sempre su temi come quelli della guerra “difensiva” o “preventiva” per neutralizzare il programma nucleare iraniano, colpendo le relative infrastrutture e le scorte di uranio arricchito, degli interessi strategici, geopolitici o economici – tra i quali sicuramente il controllo dello stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e costituisce un’importantissima rotta commerciale per il trasporto del petrolio – per passare, in ultimo, al tema delle rivolte di piazza di inizio anno contro il regime sanguinario degli ayatollah, brutalmente represse dallo stesso con l’uccisione di migliaia di persone.
Ma ciò che più rileva è che la guerra in Iran sta mettendo a nudo la profonda fragilità, vulnerabilità energetica dell’Europa e dell’Italia in particolare, l’incapacità di rendersi indipendenti dai combustibili fossili che dipendono da aree instabili come quella del Golfo Persico, con conseguenti shock sui prezzi del petrolio e del gas e con il rischio concreto di spinte inflazionistiche dovute all’aumento dei costi energetici.
E in un Paese come il nostro, sebbene da decenni stabilmente tra i primi sette paesi più industrializzati al mondo, con il “made in Italy” che vanta eccellenze in alcuni settori, la guerra in Iran sta di nuovo certificando le folli ed errate scelte compiute in passato in materia di politiche energetiche, anche figlie di ideologismi peraltro sempre più attuali e rumorosi, e la sostanziale assenza di politiche industriali capaci, in particolare, di rafforzare la competitività, promuovere la ricerca, l’innovazione, la transizione verde e digitale.
Se poi alla forte dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime e al consequenziale prezzo pagato in termini di competitività dalle aziende italiane sui mercati globali per l’eccessivo costo dell’energia, aggiungiamo anche le lungaggini (solo quelle?!) di una burocrazia asfissiante per chi vuole svolgere attività di impresa, allora il quadro è ancor più angosciante.
Senza contare che la guerra in Iran ha finito per mettere nel panico gli investitori che, temendo recessioni o flessioni economiche e conseguenti fenomeni inflativi, liquidano i propri asset e determinano il crollo delle borse che si sta registrando oramai da giorni.
Ma questa guerra sta segnando anche il fallimento delle attuali diplomazie, che evidentemente, con quelle del passato, sia pure rispetto a scenari profondamente mutati, hanno poco a che spartire, perché non sfuggirà che sono strettamente collegate allo spessore e al profilo, in senso lato, delle figure che le interpretano.
In tal senso, apprezzabile la recente “missione” della premier Meloni in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti che, seppur isolata e sganciata da una strategia europea, con il dichiarato tentativo di rafforzare la cooperazione, di concorrere a fermare l’escalation della guerra e ripristinare, il prima possibile, la libertà di navigazione nelle rotte da cui dipendono energia, commercio e stabilità, rappresenta già qualcosa, se è vero che l’instabilità nel Golfo impatta non solo sugli equilibri internazionali, ma anche sui prezzi dell’energia e, quindi, sui costi per le imprese, sul lavoro e, in ultima istanza, sul potere d’acquisto delle famiglie.
Ma come prima precisato ci sarebbe bisogno di ben altro e soprattutto della possibilità di farlo, fatto questo che però necessiterebbe di una radicale revisione della forma di governo dello Stato e, quindi, di una modifica della Carta costituzionale.
Sarà mai possibile?
Stando al recente referendum e anche ad altri in passato la nostra Costituzione è sacra, inviolabile e, quindi, non si tocca: così ha solennemente deciso il sempre avveduto popolo sovrano, sì proprio quello che però si lamenta di tutto ciò che non funziona in questo Paese, a partire dalla giustizia, e che, a proposito della già ricordata ricerca di “capri espiatori”, è sempre in prima linea e generosamente impegnato.
I sondaggi politici
Per chiudere, i sondaggi politici, costantemente attuali pur in tempi in cui, lo scenario descritto, suggerirebbe di pensare ad altro.
Il recente referendum sulla giustizia ha determinato alcuni scossoni nella maggioranza, tra cui le dimissioni di noti esponenti del governo e non solo, ritenuti forse più di altri responsabili (?!) del relativo esito, ma anche, stando ai sondaggi politici, degli effetti sui rapporti di forza tra i due contrapposti schieramenti politici.
Stando ai sondaggi stessi, infatti, sarebbero in significativa flessione il partito della premier, che scenderebbe abbondantemente sotto il livello del 30%, e più o meno stabili gli altri partiti della coalizione di centro-destra ossia Forza Italia, Lega e Noi Moderati, mentre in netta crescita sarebbe Futuro nazionale di Vannacci, la cui collocazione politica però al momento non è certa all’interno della stessa coalizione.
Ma il dato più significativo di tali sondaggi è che si assottiglierebbe il distacco tra centro-destra e centro-sinistra (il c.d. “Campo Largo”), al punto che il primo si attesterebbe appena sopra il 45% e il secondo poco sotto tale percentuale.
Dati questi che confermerebbero come le dinamiche e soprattutto gli effetti legati alla guerra in Iran finiscano per influenzare anche gli “umori elettorali” interni al Paese.


