Ma che informazione è quella attuale?
ROMA – Si utilizzano presunte foto “compromettenti” di politici, spesso scattate in locali o in occasione di eventi pubblici ossia in luoghi in cui agli stessi capita di incontrare persone che chiedono magari un selfie, senza che di queste conoscano l’identità, la storia individuale e, a maggior ragione, i certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti. Ma la sola foto, quando ritrae il politico in compagnia di una persona che non abbia o non abbia avuto una condotta specchiata è già un elemento di per sé idoneo a fuorviare e influenzare i lettori più frettolosi, perché punta a suscitare scalpore e stupore negli stessi, a maggior ragione se accompagnata da frasi sensazionalistiche, da uno stile di scrittura effettistico e scandalistico.
L’importante è che nei destinatari dell’informazione si insinui il dubbio attraverso suggestionanti e ambigue allusioni, che poi fondamentalmente si traducono per gli stessi in domande della serie: è possibile che quel politico non sapesse chi era quella persona? come mai quella persona si trovava in quel contesto con il politico? ma vuoi che non ci siano rapporti abituali tra quella persona e il politico o il partito di cui è figura rappresentativa?
Un esempio?
Quanto capitato di recente ad alcuni esponenti politici immortalati da presunte foto “pregiudicanti”.
Si pubblicano notizie senza un preliminare lavoro di ricerca, accertamento e verifica della attendibilità delle fonti e dei fatti narrati, attività necessarie per superare ogni dubbio o incertezza circa la veridicità oggettiva o anche solo putativa di quest’ultimi al momento della loro divulgazione; ma, peggio ancora, senza che in alcuni casi ci sia l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti esposti – ossia in mancanza della “pertinenza”, della non eccedenza da quanto strettamente necessario per il pubblico interesse – e la correttezza formale dell’esposizione – vale a dire della “continenza”, della moderazione, misura e proporzione nelle modalità espressive – violando, attraverso un simulato esercizio del diritto di cronaca, il diritto alla reputazione, all’onorabilità degli interessati ossia delle persone a cui si riferiscono quei fatti, finendo per coprire di fango le medesime.
Un esempio?
I supponibili benefici che un noto criminale potrebbe aver tratto in carcere in conseguenza del ruolo istituzionale ricoperto da un politico che era in affari con la figlia di un prestanome del criminale medesimo, con l’accortezza però (SIC!) di precisare che non “emergono, allo stato, evidenze di interferenze tra i rapporti personali” del politico con quest’ultimo e lo svolgimento della sua attività istituzionale. Ma la “vicenda solleva tuttavia delle domande sul piano della trasparenza amministrativa”.
Si parte da elementi estranei o quantomeno del tutto marginali rispetto ai fatti oggetto di indagini da parte dell’autorità giudiziaria per tracciare e sviluppare, spesso non si sa sulla base di quali specifiche competenze, le caratteristiche psicologiche e comportamentali di un indagato e quindi il suo possibile profilo criminale, alla faccia di qualsiasi forma di garantismo e, soprattutto, alimentando quei processi mediatici che finiscono poi per dividere l’opinione pubblica in vere e proprie fazioni, quelle degli “innocentisti” e dei “colpevolisti”, che trovano nei social la loro cassa di risonanza, divisione che spessissimo avviene per impressioni di simpatia o antipatia, per la percezione che si ricava dell’indagato medesimo, con il pettegolezzo, il pregiudizio e il preconcetto che sostituiscono l’effettiva conoscenza della persona.
Un esempio?
Le battute, ricavate da intercettazioni, che un indagato fa con riferimento ad animali e che, anche a volerne riconoscere la rilevanza, presupporrebbero un processo interpretativo non necessariamente univoco stante il fatto che non si ha piena cognizione neanche del contesto e dello spirito con cui sono state effettuate. Intanto però, in assenza di un processo giudiziario si assiste a un giudizio, che poi proseguirà eventualmente “parallelo” rispetto al primo, celebrato su televisioni e giornali, nonché nell’arena delle piattaforme social, nell’ambiente digitale, che si traduce in interazioni degli utenti attraverso like, commenti, condivisioni, salvataggi, reazioni, visualizzazioni, clic sui link in risposta ai contenuti pubblicati, come i post, le storie, i video.
Quelle descritte sono alcune delle modalità con cui si fa informazione nel nostro Paese, un’informazione che costituisce anche uno strumento di sottile e potente influenza, capace di manipolare l’opinione pubblica. Ma anche un’informazione che favorisce l’affermazione di un approccio manicheo alla vita, una visione massimalista e integralista della politica, che finisce per dividere rigorosamente la realtà in due opposti inconciliabili, bianco contro nero, bene contro male, giusto contro sbagliato, senza vie di mezzo, senza ammettere sfumature, complessità o punti di vista intermedi.


