Libri per i bambini a contenuti gender e LGBT+

Alle Olimpiadi 2024 di Parigi, solo per citare un episodio di grosso impatto mediatico, le polemiche accompagnarono tutto il percorso che portò la pugile algerina Imane Khelif alla conquista della medaglia d’oro, pugile accusata di essere un uomo o un transgender o un maschio sotto il profilo biologico – ossia con caratteri sessuali secondari, a partire dalla struttura corporea, non in linea con quelli di una femmina – e, per effetto di ciò, di avere alterato la regolarità della competizione sportiva e messo a repentaglio la sicurezza delle atlete affrontate.

In questi gironi, sia pure con un effetto mediale evidentemente più contenuto, le polemiche sono invece accese dalla distribuzione, da parte del XII Municipio di Roma Capitale, di libri gender e LGBT+ nelle scuole nido e dell’infanzia comunali del relativo territorio e, quindi, a bambini di età fino a sei anni.

Tale situazione ha determinato indirettamente che i temi della transizione gender in bambini e della disforia di genere in età evolutiva tornassero al centro dell’attenzione pubblica, ma anche, nello specifico, una vera e propria rivolta da parte dei genitori dei bambini interessati che, nel rivendicare il proprio ruolo educativo rispetto ai medesimi in così tenera età, ravvisano nell’iniziativa promossa in particolare dal presidente di detto municipio un tentativo di indottrinamento ideologico inaccettabile, per di più senza che, previamente, ci siano stati informativa, coinvolgimento e condivisione dei genitori stessi.

È questo un tema particolarmente delicato e sensibile sotto svariati profili, che ruota intorno alla diffusione della cultura LGBT+ e degli “studi di genere” che consegue alla crescente visibilità e accettazione sociale delle diverse identità di genere (non necessariamente corrispondenti al sesso biologico) e degli orientamenti sessuali diversi da quello etero (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, asessuali, ecc.), come sta a testimoniare il simbolo “+” (Plus) associato alla storica sigla LGBT, il quale include tutte le identità di genere non indicate dalla sigla stessa ed esprime una sorta di evoluzione continua della comunità.

L’obiettivo dichiarato di questa cultura è promuovere l’inclusività, contrastare la discriminazione (omofobia, transfobia) e riconoscere i diritti civili a tutte le persone, indipendentemente dalla loro identità di genere. Spesso si concentra sul concetto che i ruoli di genere, maschili e femminili, scaturirebbero da influenze culturali e sociali, piuttosto che esclusivamente biologiche.

Il dibattito che ne scaturisce è spesso polarizzato.

Chi critica la diffusione della cultura (ideologia?!) gender solleva diverse e comprensibili preoccupazioni, soprattutto quando le relative teorie vengono somministrate a scuola a persone in età evolutiva come i bambini e, a maggior ragione, quando questo avvenga senza che i genitori siano messi nella condizione di poter decidere se tali insegnamenti, che non appartengono certamente alla “didattica” propriamente intesa, siano in armonia con il tipo di educazione in senso lato che si sceglie di dare ai propri figli, scelta che rientra innegabilmente nell’esercizio della responsabilità genitoriale di cui solo i genitori sono titolari e rispondono.

Nel caso di specie, il timore legittimo dei genitori interessati sta nel fatto che detti insegnamenti possono ingenerare confusione nei loro bambini riguardo al proprio corpo e alla propria identità biologica e introducono i temi sessuali troppo precocemente.

A ciò, si aggiunge il pensiero che dietro questi “programmi educativi” ci sarebbe la chiara volontà di annullare la distinzione naturale tra maschio e femmina e, consequenzialmente, di destabilizzare la struttura tradizionale della famiglia, come i titoli dei libri ai quali ci si riferisce (“Perché hai due papà?” “Perché hai due mamme?”, ndr) fanno apertamente immaginare.

In altri termini, va bene parlare di mascolinità e femminilità andando al di là della differenza sessuale biologica, di identità sessuale disgiunta da quella biologica, di possesso di caratteri sessuali di entrambi i sessi, di orientamenti eterosessuale, omosessuale e bisessuale che possono anche comporsi all’interno di ciascun individuo in combinazioni differenti, ma a tutto c’è obiettivamente un limite e soprattutto un’età.

Se poi si arriva ad affermare, come è già purtroppo capitato in sede giurisdizionale, che un bambino di nove, dieci o tredici anni – ossia nella fase dell’infanzia e della prima adolescenza – possa esprimere compiutamente il proprio consenso alla transizione (al cambiamento) di genere e quindi a un percorso psicologico (supporto psicoterapeutico), sociale (cambiamento di nome, pronomi, abbigliamento, acconciatura, ecc.), ormonale (sottoposizione a terapia ormonale sostitutiva per modificare i caratteri sessuali secondari) o chirurgico (effettuazione di interventi di adeguamento sui caratteri sessuali primari) attraverso il quale allineare il proprio corpo e ruolo sociale alla propria identità di genere, abbandonando le caratteristiche del sesso biologico assegnato alla nascita e formalizzato all’anagrafe, allora siamo dinanzi a una duplice sventatezza, medica e giuridica, che di sicuro non mette al centro la salute dei minori.

Significa, infatti, per un verso ignorare che detta transizione ha delle conseguenze profonde, potenzialmente irreversibili, sulla salute riproduttiva e sulla funzionalità sessuale, compromette la fertilità e interviene su processi biologici complessi e multisistemici come la pubertà e, per un altro verso, trascurare che il consenso non è una “formuletta” giuridica astratta, bensì un atto di assunzione di responsabilità, un momento espressivo di maturità, consapevolezza, comprensione e capacità di prevedere le conseguenze della propria scelta che, nella fattispecie, resteranno e segneranno per tutta la vita.

Anche perché, inoltre, in uno stadio in cui tutto è in evoluzione un bambino che con i propri comportamenti fa pensare a una disforia di genere non necessariamente sta manifestando la propria omosessualità.

La soluzione?

Occorre un intervento normativo immediato, che disciplini puntualmente sia i ricordati aspetti educativi, sia le condizioni per la transizione di genere, vale a dire elementi che non possono essere lasciati alle iniziative totalmente libere e incontrollate di questo o di quello, peggio ancora se sganciate da solide basi scientifiche.