Il ciclismo da “sport estremo” a “sport sostenibile”, ma con la “crisi di fame” che può ancora verificarsi
ROMA – Nel parlare delle straordinarie imprese, della dominanza sportiva di Tadej Pogacar e delle oggettive difficoltà a fare delle comparazioni – perfino quando ci si appella ai soli numeri o ai successi e quindi a dati almeno concreti – tra atleti di uno stesso sport se appartenenti a periodi diversi, si evidenziava in particolare come il ciclismo di oggi è molto diverso anche solo da quello di pochi lustri fa, specialmente in considerazione delle evoluzioni intervenute su aspetti essenziali del modo in cui viene effettivamente praticato: preparazione, nutrizione, aerodinamica, bici sempre più leggere e performanti, gestione dello sforzo e assistenza tecnica durante la gara basate anche sulle moderne tecnologie, controlli più rigorosi e sistematici sul doping.
Il ciclismo epico
Il ciclismo dei primi Giri di Francia e d’Italia era uno sport dai contenuti epici, leggendari, tanto estremi erano le condizioni e gli sforzi richiesti ai corridori che lo praticavano o forse, più verosimilmente, che vi si avventuravano.
Tre i dati che più di altri fotografano gli elementi identificativi di quel ciclismo figurano: tappe anche di oltre 400 km, bici in ferro di peso intorno ai 18/20 kg (una bici da corsa attuale, in fibra di carbonio, pesa circa un terzo, n.d.r.), sprovviste di cambio (circostanza questa che imponeva, in presenza di grosse pendenze, o di scendere e dover spingere la bici a mano oppure, in alternativa, di smontare la ruota posteriore e rimontarla dall’altro lato, in cui si trovava un secondo pignone con un maggior numero di denti), strade sterrate e piene di buche.
A ciò aggiungasi anche partenze di notte, durata delle tappe fino a 20 ore stando dunque quasi una giornata intera in sella alla bici, alimentazione spesso improvvisata e priva di qualsivoglia base scientifica (altro che piani nutrizionali personalizzati, con tanto di gel, barrette e sali disciolti nelle borracce durante le corse, piuttosto ai corridori si raccomandava addirittura di assumere bevande alcoliche nella convinzione che migliorassero la resistenza), esattamente come per la preparazione atletica.
Non esistevano ammiraglie con sopra bici e ruote di riserva e meccanici pronti a sostituire le une o le altre in pochi secondi, con la conseguenza che i ciclisti portavano a tracolla, come fotografie storiche ci ricordano, tre o quattro tubolari di ricambio e provvedevano loro stessi alla sostituzione del tubolare forato o a riparazioni improvvisate della bici; ma non c’erano neanche il direttore sportivo, il nutrizionista, il medico, il massaggiatore e lo chef dedicati o gli auricolari sempre accesi con cui comunicare costantemente via radio, anche per assicurare rifornimenti ai ciclisti dalle auto al seguito.
Nelle corse a tappe, tra una tappa e l’altra c’erano soste di due o tre giorni, per dare ai corridori il tempo di riprendersi dallo sforzo impressionante occorso nella tappa precedente alle descritte condizioni.
Ce ne parla, di quel ciclismo eroico, Luigi Canali, giornalista e grande appassionato di ciclismo, autore del libro “IL CICLISMO EPICO NELL’ITALIA CHE VOLA – Il Giro d’Italia dal 1909 al 1960, dalla miseria al boom economico”.
“Quel ciclismo di cui lei ha tratteggiato significativi elementi – afferma Canali – è stato, oltre che un ciclismo epico, un vero e proprio collante per il nostro Paese, a mio avviso il principale elemento di unificazione dell’Italia nei primi anni del ‘900, di cui ne ha permeato il costume e la cultura essendo il ciclismo lo sport nazional popolare per definizione. Non sfuggirà, infatti, il processo di immedesimazione, di identificazione che c’era tra la gente comune, che in prevalenza viveva in quegli anni di stenti, sofferenze e fatiche, e i ciclisti che quelle stesse condizioni impersonavano e raffiguravano, trasposte come erano nella pratica di uno sport. La passione per il ciclismo, in ragione soprattutto della mia età, non poteva non svilupparsi sull’onda emotiva del leggendario dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi. I loro dissidi e litigi, dietro i quali però c’erano sempre stima e rispetto reciproci, hanno contrassegnato il dibattito di quegli anni, hanno alimentato una disputa autentica e genuina, non solo nei locali aperti al pubblico ma anche nelle case degli italiani, che accese passioni opposte e, di certo, non del genere di quelle a cui assistiamo oggi, in particolare attraverso i social.”.
“Un ciclismo epico, quello che va dal 1909 al 1960 (successivamente, infatti, con la crescita economica, l’urbanizzazione intensiva e la motorizzazione di massa in particolare, si aprirà progressivamente una fase del tutto nuova per lo sport delle due ruote, n.d.r.), contrassegnato da storie d’altri tempi – prosegue Canali – che oggi mai più potrebbero ripetersi proprio a causa delle evoluzioni che questo sport ha registrato negli anni a seguire. Tra tali infinite storie, come non ricordare il Giro d’Italia del 1914 con tappe di oltre 400 chilometri, partenza di notte e arrivo la notte successiva, con soli 8 degli 81 corridori alla partenza che giungono al traguardo finale. O ancora l’episodio, nella stessa “Corsa Rosa” del 1914, di Giuseppe Azzini che, dopo aver vinto la quarta e quinta tappa, con il successo finale che sembra oramai arridergli, all’arrivo della Bari-L ’Aquila non figura; viene ritrovato a 20 chilometri dal traguardo in un casolare, con la febbre altissima e completamente intriso di sudore. C’è anche una versione più goliardica di questo episodio, secondo la quale il corridore sarebbe stato ritrovato solo la mattina seguente in un cascinale a Barisciano (AQ), dove si era fermato per rifocillarsi salvo poi addormentarsi nello stesso. La storia di Giuseppe Azzini si incrocia, per altre ragioni, con quella dei suoi due fratelli, Luigi ed Ernesto, anche loro ciclisti: moriranno tutti e tre, in anni diversi, di tubercolosi, fornendo in tal senso pure un quadro indicativo della situazione sanitaria italiana di quel momento. Ma anche l’episodio capitato, decenni dopo, a Charly Gaul è, per motivi diversi, rivelatore di quel ciclismo: nel Giro d’Italia del 1956 vince la tappa Merano-Monte Bondone giungendo all’arrivo semiassiderato a causa di una bufera di neve, forse sottovalutata.”.
“Quel ciclismo – conclude Canali – a ben vedere ha simboleggiato pezzi di storia di un’Italia che combatteva due conflitti mondiali, che arrancava nella miseria e nella povertà, che emigrava in massa in tutto il mondo, ma poi, quasi per incanto, come poteva capitare a un ciclista colto da una crisi seria durante una durissima scalata, ritrovava energie insperate e sapeva risollevarsi. Insomma, un ciclismo metafora e specchio di quel Paese che non si piegava dinanzi alle difficoltà, ma anche due storie, quella del ciclismo e quella dell’Italia in continua trasformazione di quegli anni, che si intrecciano, si sfiorano, si accarezzano, si sovrappongono, corrono parallele, in cui ciascuna è in osmosi con l’altra.”.
Quel collasso fisiologico che si registra nel ciclista quando manca il carburante per sostenere lo sforzo
Si è detto dell’importanza dell’alimentazione per un ciclista, di come la stessa sia cambiata nel tempo con i progressi della scienza medica in tema di tecniche nutrizionali, che comprendono sia l’analisi dei macronutrienti (carboidrati, grassi, proteine) e dei micronutrienti (minerali, vitamine), sia la valutazione dello stato nutrizionale.
L’obiettivo che si persegue è quello sicuramente di migliorare la performance atletica (forza, potenza e resistenza) complessiva del corridore, ma anche quello di evitare, durante la singola gara, la c.d. “crisi di fame”.
Se è vero che quest’ultima è diventata sempre più rara, stante la pianificazione e l’applicazione di protocolli di alimentazione rigorosi che i ciclisti sono tenuti a seguire – per di più sotto il controllo vigile dello staff presente sulle macchine al seguito, che indicano ai medesimi di bere e mangiare i prima ricordati prodotti a rapido assorbimento, anche sulla base di dati relativi al consumo energetico valutato da congegni (misuratori di potenza) montati sui pedali della bicicletta – non si può escludere in assoluto, come è capitato di recente anche a campioni affermati, che in tappe particolarmente dure e movimentate il corridore possa trovarsi totalmente svuotato di energie, quasi sempre in conseguenza della mancata assimilazione delle calorie necessarie per sostenere muscoli e cervello.
Il corpo umano, infatti, pur essendo una “macchina perfetta” non è di certo immune da eventi e variabili anche contingenti, quali il freddo o un blocco digestivo, che possono alterarne il corretto e “programmato” funzionamento, soprattutto in uno sport di resistenza massima come il ciclismo.
Ma in che cosa consiste, dal punto di vista medico, il collasso fisiologico che si registra nel ciclista quando viene a mancare il carburante, il giusto apporto energetico a muscoli e cervello per sostenere lo sforzo richiesto?
Ce ne parla il dott. Mario Evangelista.
“La “crisi di fame” o, più in generale, lo svuotamento di energie in un atleta – afferma il dott. Evangelista – è un evento fisiologico che coinvolge diversi elementi, quali il metabolismo energetico e quindi i processi biochimici cellulari che trasformano i nutrienti essenziali in energia, il sistema nervoso e la regolazione ormonale. Consiste fondamentalmente in un improvviso e intenso calo di energie, dovuto all’esaurimento delle riserve di glicogeno muscolare ed epatico, non a caso si parla di “benzina di riserva finita”, ed è tipica degli sport di resistenza. Determina, in specie, debolezza, sensazione di “svuotamento”, malessere generale, giramenti di testa, fame acuta, freddo e un blocco quasi totale delle prestazioni.”.
“Il glicogeno è infatti – aggiunge il dott. Evangelista – il carburante del nostro corpo e consiste sostanzialmente nell’eccesso di glucosio che viene compattato e immagazzinato, sottoforma di granuli, in parte, circa un terzo, nel citoplasma delle cellule del fegato in forma di glicogeno epatico e in parte, circa due terzi, nel citoplasma delle cellule dei muscoli in forma di glicogeno muscolare. Il glicogeno epatico assolve a una funzione sistemica in quanto, derivando dalla trasformazione dell’eccesso di glucosio dopo i pasti attraverso un processo stimolato dall’insulina chiamato glicogenosintesi, regola e mantiene stabili i livelli di glucosio nel sangue (glicemia, n.d.r.); il glicogeno muscolare, invece, assolve a una funzione interna, locale, in quanto attraverso un processo chiamato glicogenolisi viene scisso in glucosio e, consequenzialmente, quando per effetto di uno sforzo fisico intenso si ha una diminuzione di glucosio nel sangue, costituisce una preziosa riserva energetica per i muscoli e il cervello da cui poter attingere ossia, in altri termini, il carburante più rapido da convertire in energia, indispensabile soprattutto per sostenere sforzi di lunga durata come quelli di una gara ciclistica.”.
“Il problema si ha quando – conclude il dott. Evangelista – in mancanza di un apporto costante di carboidrati o di non assimilazione degli stessi per effetto dei ricordati fattori, le riserve di glicogeno scisse in glucosio si esauriscono e questo, in una gara con sforzo elevato, può avvenire anche nel giro di due o tre ore. Ne discende un crollo del livello di glucosio nel sangue che colpisce il cervello ossia un organo che utilizza quasi esclusivamente glucosio, i cui sintomi più evidenti sono lo stato di confusione, la difficoltà di coordinazione motoria e il rallentamento dei riflessi, di lì ad esempio lo zigzagare sulla strada, e i muscoli, con perdita di potenza e sensazione di “gambe vuote” quali segnali più chiari.”.


