Ruini e il ruinismo che forse ci sarà senza Ruini

ROMA – Con la celebrazione dell’ultimo rito esequiale nella Cattedrale di Reggio Emilia e la tumulazione della salma del cardinale Camillo Ruini presso la cappella di famiglia nel cimitero di Dinazzano, frazione del Comune di Casalgrande (RE), lo scorso 19 giugno si è chiusa idealmente una delle stagioni più consistenti e influenti della storia recente della Chiesa cattolica italiana.

Il cardinale Ruini, protagonista assoluto per autorevolezza e centralità nel panorama ecclesiale e culturale del Paese, per decenni è stato infatti promotore e interprete della volontà della Chiesa di svolgere un ruolo da protagonista nella società, anche in un tempo segnato da profonde trasformazioni della stessa e da un crescente declino della rilevanza e dell’influenza della religione cattolica nella vita pubblica e sociale.

Tale ultimo processo, noto con il termine “secolarizzazione”, difatti portava progressivamente le istituzioni, la politica e la vita quotidiana a emanciparsi dal “controllo religioso”, a sganciarsi dalle istituzioni e dalle autorità religiose; ne conseguiva che la morale, l’istruzione, il diritto e il lavoro, separati dai dogmi religiosi, diventavano autonomi e basati su princìpi puramente civili, ma pure che il disinteresse per la pratica religiosa e la riduzione della stessa spingevano a vivere la spiritualità in modo soggettivo e slegato dalle appartenenze (il “credere senza appartenere”) e la fede come una scelta personale e non come una forma di imposizione culturale.

 

Il ruinismo

 

Docente di filosofia prima e di teologia dogmatica poi, Ruini è stato un punto di riferimento per generazioni di seminaristi e teologi.

Parliamo di un uomo di intelligenza superiore e di grande profondità spirituale, che per moltissimi cattolici – lui in possesso di una non comune facoltà di osservare e discernere in anticipo le svolte politiche e sociali che si delineavano nel Paese, animato da una visione lucida e profonda delle sfide della modernità – ha rappresentato una guida sicura e capace di unire, come hanno ricordato autorevoli autorità ecclesiastiche, fede, cultura e attenzione ai grandi temi del nostro tempo con la fierezza, cattolica, di essere depositari di un patrimonio di valori che vanno custoditi e difesi con fermezza e non nascosti.

Ma Ruini è stato anche, oltre che un uomo di Chiesa, un “politico della fede”, un uomo dalla spiccata vocazione politica, raffinato stratega della vita ecclesiale e civile, abile tessitore di trame istituzionali di cui si dirà meglio appresso, capace di incidere profondamente nel dibattito politico, culturale e legislativo italiano.

Il punto culminante del suo servizio ecclesiale arriva nel 1991, quando Papa Giovanni Paolo II lo nomina dapprima Vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, poi presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) – carica che ricoprirà fino al 2007 – e, infine, lo crea cardinale.

Da quel momento, Ruini divenne la voce più autorevole di una Chiesa cattolica che non intendeva restare ai margini del dibattito pubblico e che rivendicava il diritto a esprimere il proprio giudizio morale sulle grandi questioni sociali, etiche e antropologiche. Ma divenne anche il principale regista del rinnovamento della strategia e dell’intervento cattolico nello spazio pubblico.

Dopo la fine della Democrazia Cristiana (DC) proprio all’inizio di quella fase e il venir meno, consequenzialmente, di quel collateralismo politico tra la DC stessa e la Chiesa cattolica che aveva caratterizzato tutta la “Prima Repubblica”, la Chiesa stessa grazie alla sapiente regia di Ruini cercò di orientare diversamente la politica, non potendolo più fare direttamente attraverso l’oramai venuto meno “partito cattolico laicizzato”.

In verità Ruini fece il tentativo di blindare il voto cattolico dapprima attorno all’esperimento di Mino Martinazzoli di rifondare la DC anche imbarcando personalità politiche cattoliche molto diverse tra loro, e poi adoperandosi per preservare forzosamente ciò che residuava dell’unità politica dei cattolici, storicamente garantita dalla DC, provando a contrastare il referendum elettorale di Segni che, bipolarizzando il sistema politico, creava le premesse per un pluralismo irreversibile tra i cattolici.

Fallito detto tentativo, fu prontissimo nel praticare uno schema diverso e opposto, di cui diremo più avanti, che coincise con l’avvento di Berlusconi sulla scena politica italiana.

Ma da mente acuta e raffinata quale è, in quel contesto Ruini da un lato elabora e promuove con forza l’idea dei cosiddetti “valori non negoziabili” – riferiti in particolare alla difesa della vita (lotta contro l’aborto e l’eutanasia), della famiglia tradizionale (contrasto alle unioni civili) e della libertà di scelta educativa (sostegno alle scuole paritarie private cattoliche), ma anche alla bioetica (fecondazione assistita) e alla presenza e all’impegno dei cattolici nella politica – e, dall’altro e parallelamente, sostiene la necessità di una presenza culturale dei cattolici nella vita pubblica, anche attraverso alleanze e visibilità mediatica, autonoma e non più coincidente con quell’unico partito che non esisteva più.

È in quegli anni che nasce il “ruinismo”, un processo e una visione strategica che presupporrebbero, per parlarne compiutamente e chiarirne il contesto, l’origine, la formazione e l’evoluzione, non solo spazi di trattazione maggiori di quelli consentiti a questo articolo, ma anche, più in generale, una conoscenza del personaggio Ruini e della sua opera che non appartiene a chi scrive.

Schematizzando, il ruinismo sta a indicare la linea di pensiero e l’azione politica impressa dal cardinale Ruini nel ricordato ampio periodo alla guida della CEI, che finisce per segnare il cattolicesimo italiano attraverso il tentativo di ristrutturare il rapporto tra Chiesa, società secolarizzata e politica.

Il modello politico e pastorale introdotto da Ruini si basa su alcuni elementi cardine e, tra questi, figura indubbiamente la ricordata non contrattabilità e la salvaguardia indomita e intransigente di alcuni princìpi e valori etici ritenuti fondamentali dalla Chiesa, usati come archetipi per orientare i credenti e giudicare l’operato di qualsiasi schieramento politico.

E ciò comportava, con l’evocata fine della DC e dell’unità politica dei cattolici, l’esigenza di una Chiesa militante e pragmatica, capace di esercitare un’azione pubblica incisiva – condensata nella celebre parola d’ordine «meglio contestati che irrilevanti» – attraverso la mobilitazione trasversale dei cattolici, a destra come a sinistra, a patto che i loro interlocutori politici rispettassero detti valori e princìpi.

Il termine ruinismo descrive quindi la fase in cui la CEI di Ruini assume un ruolo di orientamento molto diretto sulla vita pubblica del Paese, interviene spesso nel dibattito parlamentare su temi sensibili, cerca di mantenere una forte identità cattolica in un’Italia in rapida secolarizzazione e lo fa, sapendo che il relativo processo sarebbe stato irreversibile, cercando non tanto di contrastarlo ma di accompagnarlo e di “evangelizzarlo” dall’interno e partendo dal basso.

E in tale contesto, per il cardinale Ruini tutte le questioni di bioetica, legate alla vita e alla morte, diventano il banco di prova più ostico del relativismo contemporaneo contro cui la Chiesa doveva opporsi, relativismo che considerava queste posizioni della Chiesa battaglie di retroguardia.

Non a caso: nel 2005 guida la mobilitazione dei vescovi italiani contro il referendum sulla fecondazione assistita, durante la quale promuove, con scaltrezza e efficacia politica, la via dell’astensione così contribuendo al fallimento dello stesso; il 2007 fu la volta del Family Day, con il coinvolgimento di parrocchie e associazioni di matrice cattolica, e delle battaglie per la famiglia tradizionale e l’opposizione ai diritti degli omosessuali, ritenendo che l’equiparazione delle coppie di fatto alla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna avrebbe determinato l’eclissamento della natura e del valore della famiglia stessa, con un grave danno per il popolo italiano conseguente alla perdita di centralità e essenzialità del suo ruolo sociale; nel 2009 arriva a definire la sospensione di alimentazione e idratazione a Eluana Englaro come un “omicidio”, un atto che infligge la morte “in maniera terribile” a una persona indifesa.

La “vita” era infatti per lui, in linea con il pensiero della Chiesa cattolica, un valore sacro, un dono indisponibile anche per chi ne è titolare, in quanto non si tratta di un oggetto del quale può decidere autonomamente il destino il singolo.

 

Personaggio complesso e divisivo

 

Inevitabilmente la traiettoria ecclesiale e pubblica del cardinale di Ruini non poteva non incrociarsi con le dinamiche politiche della Seconda Repubblica e, nel rapporto con i governi dell’epoca, il ruolo del medesimo è stato oggetto di valutazioni diverse.

Una presenza così autorevole, energica e vasta come quella di Ruini, infatti, non poteva non determinare al tempo stesso grande rispetto e forte contestazione.

Una parte del mondo politico e culturale lo accusava a più riprese di ingerenza nella vita dello Stato, altri videro invece nella sua azione più semplicemente un tentativo legittimo di orientare il dibattito politico.

In particolare, ha fatto discutere il suo rapporto istituzionale con Silvio Berlusconi, il cui ingresso sulla scena politica con Forza Italia nel 1994 coincise con la fase di massima influenza del ruinismo.

In quel contesto storico, il ruinismo e il berlusconismo operarono come due sistemi paralleli che, pur muovendo da presupposti diversi e interpretati da attori agli antipodi per cultura, stile e sensibilità personale, riuscirono a incontrarsi e a convergere sulla base di logiche chiaramente di vantaggio reciproco, senza mai tradursi in una vera e propria “alleanza politica”.

In particolare, Ruini vide in Berlusconi un possibile argine alla secolarizzazione e alla frammentazione dei valori familiari, mentre Berlusconi trovò nella Cei guidata da Ruini una sponda autorevole per poter legittimare la propria proposta politica agli occhi del mondo cattolico. D’altronde a sinistra Ruini trovava anche dai politici cattolici atteggiamenti non recettivi rispetto ai riferiti valori non negoziabili della Chiesa, atteggiamenti che venivano sintetizzati figurativamente dalla locuzione prodiana di «cattolici adulti», che gioco forza potevano interessarsi alle posizioni ecclesiali solo quando non contrastavano (quasi mai) con i dogmi ideologici e integralisti di partner politici che passavano dall’agnosticismo all’ateismo.

Diversi furono i momenti in cui i due sistemi, il ruinismo e il berlusconismo, interagirono efficacemente.

Tra questi la richiamata battaglia referendaria di Ruini sulla procreazione assistita, che ebbe sulla via dell’astensione il sostegno del governo Berlusconi e che rappresentò per la Chiesa un notevole successo politico e mediatico, confermando la sua capacità di incidere nella società pur in assenza di un partito confessionale.

Analogamente, su altri temi, come quello del rifiuto del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali e del sostegno alla scuola paritaria privata cattolica, Ruini e Berlusconi viaggiarono secondo una perfetta intesa.

Arrivarono però anche momenti di tensione e scontro, che coincisero con il progressivo ritiro dalle posizioni di vertice di Ruini e che segnarono la fine della stagione dell’intesa.

Emblematico, in tal senso, fu il caso Boffo-Feltri dell’estate 2009.

In un suo editoriale Vittorio Feltri, direttore de “Il Giornale”, accusò Dino Boffo, direttore del quotidiano cattolico “Avvenire”, di aver molestato una donna e definì il medesimo un noto omosessuale attenzionato dalla polizia. Ne scaturì un enorme scandalo mediatico e politico, che portò alle dimissioni di Boffo, peraltro per un’accusa rivelatasi successivamente infondata, e che fu ritenuto da molti una rappresaglia mediatica orchestrata ad arte in difesa dell’allora premier Berlusconi, stante il fatto che Boffo aveva criticato i comportamenti privati del medesimo attraverso le pagine di Avvenire.

 

Il ruinismo che forse ci sarà senza Ruini

 

Nonostante la cessazione dai ruoli ufficiali, Ruini è continuato a essere per anni una voce rispettata e ascoltata all’interno della Chiesa cattolica, così come il ruinismo un metodo seguito dalla stessa, sia pure all’interno di un sistema politico e di una società in continua mutazione.

Si pensi, in tale ultimo senso, alla sola crescente digitalizzazione delle relazioni e a come alla stessa siano conseguiti un diffuso diradamento dei rapporti, delle relazioni sociali, e maggiori difficoltà di comunicazione e veicolazione dei propri messaggi per mondi strutturati in un certo modo, come quello della Chiesa.

 

La domanda che ci si pone è: ci sarà il ruinismo, sia pure con le revisioni necessarie, in un futuro senza Ruini?

 

Ma tale domanda potrebbe anche essere riformulata in questo modo: quale spazio potrà occupare la fede nella vita reale, quella fatta di uomini e donne che vivono la società e si relazionano tra di loro?

 

È difficile rispondere a tali domande.

 

Ciò che è certo è che si è passati da una fase, quella del ruinismo, in cui l’obiettivo dichiarato della Chiesa era quello di evitare l’irrilevanza della fede nella vita reale, di scongiurare che la Chiesa si rinchiudesse nel proprio recinto e diventasse ininfluente nelle scelte della società, a un modello più pastorale, con un ruolo più sfumato della Chiesa sia nella società, sia nei rapporti con la politica.

Il credo di Ruini e del ruinismo era quello di una Chiesa che attraverso i cattolici fosse presente e radicata nel territorio, fosse capace di una proposta e di una presenza attiva nei diversi luoghi, soprattutto di aggregazione ma anche nei media, dove si forma il senso comune, il modo di pensare della gente.

Una Chiesa, dunque, in grado di camminare idealmente nelle strade e nelle piazze, capace di stare in mezzo alle persone per ascoltarle, informarle e accompagnarle.

Per chi scrive quella della Chiesa di un ritorno al ruinismo, di far sentire la voce della fede dentro la vita reale sia pure in modo meno invasivo e più bilanciato e adeguato ai tempi che corrono, rappresenta, a ben vedere, più che una scelta un’esigenza di continuità.