Inclusione: un grande valore, un’enorme conquista sociale e civile

ROMA – Proporre oggi “classi separate” per i bambini disabili non è una provocazione politica: è un enorme passo indietro culturale, umano e pedagogico che cancella cinquant’anni di conquiste civili e di progresso sociale.

​In Italia le classi differenziali sono state abolite nel 1977 con la Legge 517, proprio perché la storia e la scienza hanno dimostrato che l’isolamento produce solo emarginazione, mentre l’inclusione fa crescere l’intera comunità.

​Ecco perché una simile posizione è inaccettabile e sradicata dalla realtà:

​L’inclusione non è un “ostacolo”, è un arricchimento reciproco: La presenza di un bambino disabile o neurodivergente in classe insegna agli altri alunni l’empatia, il rispetto delle diversità, la cooperazione e la flessibilità mentale — competenze umane e civiche fondamentale per gli adulti di domani.

​Separare significa ghettizzare: Creare contesti “dedicati” sotto il pretesto dell’efficienza significa nascondere ciò che è diverso per non doversene occupare. Non è un servizio al bambino, è una scorciatoia per la società.

​Il problema non è la disabilità, sono le risorse: Se la scuola pubblica oggi va in affanno, la colpa non è dei bambini disabili, ma della mancanza di insegnanti di sostegno formati, di educatori, di risorse strutturali e di organici adeguati. Scaricare la responsabilità delle carenze dello Stato sui più fragili è un atto di codardia politica.

​I diritti non si negoziano: L’inclusione scolastica è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione Italiana e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Parlare di classi separate significa minare le basi dello Stato di diritto.

​Chi lavora ogni giorno con la disabilità sa che il valore della società si misura proprio dalla sua capacità di accogliere, valorizzare e integrare ogni individuo, trasformando la diversità in risorsa. Pensare di risolvere le criticità della scuola dividendo i bambini in “conformi” e “non conformi” significa voler tornare al Medioevo culturale.