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In pandemia aumenta il lavoro nero. Cgia: "Persi circa 450mila posti di lavoro"

In pandemia aumenta il lavoro nero. Cgia: "Persi circa 450mila posti di lavoro"

Un numero di invisibili difficile da quantificare

di Alessia Salmoni

ROMA – Boom del lavoro nero durante la pandemia. Secondo un nuovo report dell'Ufficio studi della CGIA di Mestre, infatti, nell'ultimo anno di crisi pandemica si sono persi circa 450 mila posti di lavoro, che hanno portato alla nascita di un numero inquantificabile di lavoratori in nero.

I DATI - A far preoccupare sono i dati in aumento delle persone che, seppur disoccupate, continuano a lavorare svolgendo servizi e prestazioni che non vengono quantificate dal fisco. Un numero che va ad aumentare quello già preoccupante segnalato dall'Istat qualche anno fa, secondo cui c'erano circa 3,2 milioni di lavoratori in nero in italia. Si tratta di un tasso di irregolarità del 12,9 per cento, che porta a un valore aggiunto in nero di 77,8 miliardi di euro. Numeri che, in questi mesi, non faranno altro che aumentare.

LA CONCORRENZA SLEALE - “In questo momento così difficile, chi lavora irregolarmente per necessità non va assolutamente criminalizzato; ci mancherebbe – sottolinea la Cgia – Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che chi opera completamente o parzialmente in nero fa concorrenza sleale, altera i più elementari princìpi di democrazia economica, danneggiando chi lavora nel rispetto delle leggi e paga le imposte e i contributi previdenziali fino all’ultimo centesimo”, si legge nella nota.

PARRUCCHIERI ABUSIVI - Per l’Ufficio studi “altrettanto diffusa sul territorio è l’attività svolta da finti parrucchieri, estetisti e massaggiatori abusivi che a seguito delle chiusure di queste attività, causa Covid, stanno imperversando, soprattutto in questa settimana di Pasqua, recandosi nelle abitazioni dei/delle clienti per il taglio, la messa in piega, il massaggio ayurvedico, la depilazione o la pulizia del viso. La decisione presa dal governo Draghi di chiudere in “zona rossa” tutto il settore benessere è ritenuta immotivata - aggiunge la Cgia -. Le attività di acconciatura e di estetica, secondo il centro studi, “dal maggio dell’anno scorso hanno applicato con la massima diligenza le linee guida dettate dalle autorità sanitarie e dal Governo precedente, intensificando le già rigide misure previste dal settore sul piano igienico-sanitario e si sono riorganizzate per garantire la massima tutela della salute degli imprenditori, dei loro collaboratori e dei clienti. Lavorando su prenotazione e avendo investito notevolmente in prevenzione, non risulta che in nessuna parte del Paese si siano verificati dei focolai di contagio presso queste attività tale da giustificare la decisione di chiudere tutto”.

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