Dati ISTAT: buone nuove sul fronte dell’occupazione, ma…

ROMA – Sappiamo che l’economia è un fatto complesso, perché quello economico è un sistema dinamico e interconnesso – dove le decisioni dei singoli attori (individui, imprese, organizzazioni, governi) influiscono sugli altri attori e sui contesti circostanti – in continua trasformazione e che risente, nemmeno a dirlo, di una molteplicità di fattori non sempre prevedibili, da quelli strettamente economici (si pensi ai recenti dazi statunitensi) a quelli politici, sociali, culturali e tecnologici.

Senza contare, poi, gli sfasamenti temporali (lags) tra il verificarsi di un fattore e gli effetti che ne conseguono in positivo o in negativo oppure le congiunture, favorevoli o sfavorevoli, da economia globalizzata.

Ed è per questo che l’interpretazione del sistema economico richiede delle competenze specialistiche e multidisciplinari, ma anche concrete esperienze maturate sul campo, che talvolta peraltro potrebbero rilevarsi di per sé non decisive per spiegare taluni fenomeni e/o per trovare soluzioni dirette a favorire determinati processi o a superare criticità intervenute.

Figurarsi allora per noi comuni cittadini quanto possa essere complicato provare a sforzarci di comprendere quelle che appaiono, in questi giorni, come delle contraddizioni.

Alcuni casi? È sufficiente riferirsi ai dati che ci fornisce sistematicamente l’Istituto nazionale di statistica (Istat) e che, se letti in maniera isolata e in assenza dei ricordati saperi ed esperienze, finiscono inevitabilmente per disorientare.

Ad esempio, nel mese di luglio 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra un aumento dello 0,4% su base mensile (rispetto al corrispondente mese del 2024) e dell’1,7% su base annua (rispetto allo stesso mese del 2024), a fronte di una flessione tendenziale dei prezzi degli energetici e di un’accelerazione dei prezzi nel settore alimentare e nel comparto dei servizi, tra cui quelli dei servizi relativi ai trasporti, ricreativi, culturali e per la cura della persona.

Aumentano quindi i prezzi del c.d. “carrello della spesa” (prezzi dei beni alimentari e per la cura della casa e della persona), che mostrano una dinamica in accelerazione (da +2,8% a +3,2%), così come quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,0% a +2,3%).

Dati questi che “tocchiamo con mano” quotidianamente quando ci dedichiamo agli acquisti e che ci fanno istintivamente pensare a una domanda globale in eccesso rispetto alla produzione (offerta globale), eccesso che viene quindi compensato da un inerente aumento dei prezzi, ma anche a un prodotto interno lordo (Pil) in calo, circostanza questa in parte confermata dal fatto che, nel secondo trimestre del 2025, si stima che il PIL sia diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, ma sia in crescita dello 0,4% rispetto al secondo trimestre del 2024 e, quindi, in tendenziale miglioramento rispetto allo scorso anno.

A fronte di questi dati, che ci dicono di un’economia nazionale che, seppur non stagnante, non dà segnali di crescita rilevanti, l’Istat regista altri dati che invece sembrano andare in direzione opposta.

È il caso dell’occupazione, con gli occupati che nel 2025 crescono di 226mila unità rispetto al 2024, con la crescita che si concentra nel Mezzogiorno che registra 96mila persone in più al lavoro, dato questo che determina che al Sud, per la prima volta dall’inizio delle serie storiche nel 2004, si è superato, sia pure di poco, il 50% del tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni.

Ma dai dati ISTAT emerge anche che, a causa dell’invecchiamento della popolazione e della stretta sul pensionamento anticipato, cresce pure l’età media degli occupati, con gli over 50 che superano per la prima volta quota 10 milioni di unità, con un aumento di ben 422mila unità sul secondo trimestre del 2024.

In calo invece l’occupazione degli under 35, soprattutto a causa del calo demografico e dell’aumento degli anni di formazione: sono, con 5 milioni 333mila unità, poco più della metà degli over 50 e registrano un calo di circa 61mila unità sull’anno precedente.

Tutto ciò origina che, a luglio 2025:

  • il tasso di occupazione e quello di inattività (dato dalle persone che non lavorano e non cercano lavoro) crescono, raggiungendo rispettivamente il 62,8% e il 33,2%;
  • il numero di occupati aumenta di 13mila unità su giugno e di 218mila sull’anno;
  • il tasso di disoccupazione (dato dalle persone che non lavorano e che cercano attivamente un lavoro) cala al 6% (-0,3 punti rispetto a giugno, con -74mila disoccupati), il livello più basso dal giugno 2007.

Quelli prima esposti sono dati che, pur nella loro oggettività, si prestano a letture diverse anche in ragione del ruolo politico che si riveste, piuttosto che degli interessi di cui si è portatori, proprio perché non forniscono un quadro univoco e incontestabile circa lo stato di salute della nostra economia che, è bene ricordarlo, anche a causa di mancate o errate scelte strategiche fatte nei decenni scorsi, paga ancora pesantemente, in termini di vulnerabilità e di competitività, una forte dipendenza merceologica dall’estero, oltre che un gap infrastrutturale (sia fisico, sia digitale) rispetto ai competitor.

Qualcuno nel nostro Paese, tuttavia, fa ancora fatica a capire che senza infrastrutture adeguate non vi può essere lo sviluppo dell’economia e quindi la creazione di quella ricchezza necessaria per consentire a tutti di vivere in maniera dignitosa, riservando le misure meramente assistenziali ai casi estremi.