Cara vecchia “leva militare”

ROMA – Come non ricordare, in questi giorni in cui il Ministro della difesa Guido Crosetto comunica l’intenzione di creare una “riserva militare” – composta da almeno 10mila addetti reclutati su base volontaria e formati/addestrati periodicamente, da attivare eventualmente nei casi di estrema necessità (in forma di supporto logistico e cooperativo e in situazioni di catastrofi naturali n.d.r.) ma non anche da schierare in prima linea, sul fronte di teatri operativi – quello che ha significato per il nostro Paese la cara vecchia “leva militare” o “coscrizione obbligatoria”, sospesa dal 1° gennaio 2005 con la legge n. 226/2004.

La storia del servizio di leva obbligatorio nasceva con l’istituzione dell’Italia unitaria e trovava conferma con la nascita della Repubblica, in specie con l’articolo 52 della Costituzione che sancisce l’obbligatorietà del servizio militare, ma «… nei limiti e modi stabiliti dalla legge».

La leva, nella nascente Repubblica, svolgeva una funzione sociale di sicuro rilievo, favorendo la fuoriuscita dall’isolamento regionale e l’uso della lingua italiana in luogo del dominante utilizzo dei dialetti locali e regionali, promuovendo la socializzazione, il senso di appartenenza alla Nazione e il concetto di Patria, ma costituendo anche un momento di significativa emancipazione, crescita e formazione personale.

Le trasformazioni sociali degli anni ’70 e ‘80, il fenomeno del nonnismo con i suoi discutibili riti e pratiche d’iniziazione al ruolo militare, i mutamenti geopolitici globali e la fine della “guerra fredda” furono tra i fattori che, progressivamente, portarono ad abbandonare la coscrizione per approdare agli attuali modelli.

Certo se la visione che abbiamo del futuro è una visione nella quale c’è minore sicurezza, se le gravi incertezze e gli scenari di guerra a livello internazionale rappresentano lo sfondo di riferimento e se, soprattutto, l’unica diplomazia che sembra centrare risultati è, purtroppo, quella a “mano armata”, come afferma il Ministro Crosetto non si può prescindere da una rivalutazione delle capacità difensive europee e, di conseguenza, italiane.

A maggior ragione se si tiene anche conto delle diffuse difficoltà, in tutto l’Occidente, ad aumentare gli organici militari composti da professionisti in servizio permanente effettivo, con poche persone che si arruolano e un crescente numero di militari che preferiscono impieghi civili e abbandonano l’esercito.

Se da un lato politica e tecnici/esperti di difesa militare concordano sull’idea che ripristinare la leva militare sarebbe anacronistico e per di più economicamente troppo dispendioso a seguito dello smantellamento del sistema di reclutamento e addestramento (caserme e infrastrutture) ante 2005, ci si interroga su quale sia l’effettiva utilità di detta “riserva militare” – il cui compito potrebbe essere, al più, quello di sostituire in incombenze di basso profilo operativo militari professionisti, preparando e preservando quest’ultimi per compiti ben più impegnativi e rischiosi – e se non sia il caso di puntare invece, con adeguati incentivi che favoriscano la decisione di scegliere il mestiere delle armi, all’incremento dei militari di professione, anche attraverso uno svecchiamento dell’attuale organico.

I conflitti, infatti, sempre più richiedono oggi armi estremamente complesse e sofisticate sul piano tecnologico, il cui impiego comporta un addestramento duraturo e specifico, esigono forze, preparate e equipaggiate, in grado di operare sia in ampi teatri operativi, sia in situazioni conflittuali urbane per acquisire e mantenere il controllo del territorio abitativo.

Secondo gli esperti del settore un soldato oggi per essere dichiarato combat deve avere almeno 18 mesi di addestramento.

Naturalmente, in un Paese come il nostro sul tema del servizio di leva non potevano mancare le solite imbarazzanti dispute e contrapposizioni tra le diverse forze politiche, in cui a tale tema si associano, strumentalmente, quello del riarmo e delle spese militari, della collocazione geopolitica dell’Italia rispetto ai teatri di guerra, della militarizzazione.