Quale Sanità emerge dal PNE AGENAS 2025?

ROMA – È dei giorni addietro la presentazione del Programma Nazionale Esiti (PNE) 2025, curato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) e basato su dati relativi al 2024.

Si tratta di uno di strumento che, attraverso l’utilizzo di dati anonimi e aggregati raccolti da oltre 1.300 strutture ospedaliere pubbliche e private accreditate e strutture territoriali, ci fornisce lo “stato di salute” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Relativamente al 2024, tale strumento – utilizzando 218 indicatori specifici (di cui 189 riguardanti l’assistenza ospedaliera e 29 quella territoriale) per 8 aree/ambiti clinici (cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, gravidanza e parto, osteomuscolare, nefrologia) e classificando gli standard di qualità in alto/molto alto, medio, basso/molto basso – ha monitorato, analizzato e valutato le performance di dette strutture in termini di efficacia, appropriatezza, sicurezza ed equità delle prestazioni sanitarie erogate, in tal modo fornendo anche elementi utili a programmare e orientare le scelte sanitarie future, oltre che uno strumento di trasparenza ai cittadini.

Dai dati raccolti ed elaborati emerge, in compendiosa sintesi, che:

  • delle 871 strutture ospedaliere valutate con il sistema di valutazione sintetica – “Treemap” (circa il 78% delle complessive 1.117), solo 189 (circa il 21%) ottengono livelli di qualità “alti” o “molto alti” nelle aree cliniche in cui sono stati misurati;
  • 198 strutture ospedaliere su 1.117, vale a dire quasi 2 ospedali su 10, molte delle quali situate in Campania e in Sicilia, vengono segnalate come critiche rispetto agli standard e dovranno pertanto affrontare percorsi di audit e revisione della qualità;
  • circa il 52,7% delle richieste di audit riguardano l’area clinica “gravidanza e parto”, spesso per un uso eccessivo del taglio cesareo rispetto agli standard;
  • una struttura ospedaliera su tre (il 32,3%) dell’area clinica “chirurgia oncologica” presenta livelli “bassi” o “molto bassi” rispetto agli standard di qualità;
  • forti sono le diseguaglianze tra il Nord – che concentra la maggior parte delle strutture ad alto volume e ad alta qualità – e il Sud – che si distingue per la dispersione dei casi (si intende la diffusione territoriale e temporale dei casi di una malattia), per le strutture piccole e per i tempi di accesso alle cure più lenti – ma anche tra le aree cittadine e quelle periferiche, in particolare rispetto alla tempestività di accesso a procedure salvavita e a trattamenti non appropriati a livello clinico;
  • solo 15 ospedali, tra quelli valutati su almeno 6 aree cliniche, di cui 5 in Lombardia e 3 in Veneto, hanno raggiunto un livello “alto” o “molto alto” e, di questi, due (Ospedale di Savigliano in Piemonte e Ospedale di Mestre in Veneto) su tutte le 8 aree cliniche considerate.

 

Dati quelli riportati che insieme ad altri relativi in particolare alle singole aree cliniche esaminate, in cui si registrano anche importanti incrementi degli standard di qualità rispetto agli anni precedenti, ci forniscono un quadro fatto di luci e ombre.

Ciò che tuttavia emerge chiaramente è che la sanità italiana viaggia a due velocità, con il SSN che offre diversi livelli di assistenza da regione a regione, in particolare nell’accesso alle prestazioni garantite dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

Si determina così una disparità tra chi può permettersi cure private e chi dipende esclusivamente dalla sanità pubblica, ma si mina anche, all’interno di uno Stato unitario in cui il diritto alla salute è un bene giuridico primario dell’ordinamento, espressamente riconosciuto nella Costituzione, l’universalità e l’equità del SSN, con tale diritto che si espande o contrae a seconda del luogo di residenza del cittadino.

Senza contare che, al di là dei dati forniti dall’utilissimo rapporto elaborato da AGENAS, ciò che gli italiani hanno ben chiaro sono le criticità in cui ci si imbatte quando si ricorre al SSN.

È il caso degli interminabili ed esasperanti tempi di attesa per visite, esami o interventi o delle liste di attesa bloccate per l’impossibilità di prenotare una prestazione sanitaria, con i conseguenti ritardi diagnostici e terapeutici e peggioramenti delle condizioni cliniche.

Ma è anche il caso dei veri e propri drammi umani che vivono i cittadini quando approdano in un pronto soccorso, con attese spesso di giorni interi per essere ricoverati in reparto, per di più ammassati in condizioni disumane su dei letti per urgenze e affidati alle cure di operatori sanitari costretti a lavorare sottorganico, in continuo stato di stress e in costante rischio di errori e di conseguenze legali.

Senza parlare poi dei tempi di attesa nella fase di emergenza sanitaria pre-ospedaliera, con le linee guida italiane che stabiliscono in 18 minuti il tempo entro il quale deve esserci l’intervento di un’ambulanza dalla chiamata nel caso di codici di alta priorità (rosso/giallo), con il target che scende a 8 minuti per le aree urbane e sale a 20 minuti per le aree extraurbane, quando poi in realtà in ben 41 delle 110 aziende sanitarie italiane si registrano tempi superiori in media ai 20 minuti di attesa, con punte di oltre mezz’ora in media.