“Uomini”, “mezz’uomini”, “ominicchi”, “pigliainculo” e “quaquaraquà”
ROMA – Ci sono dei termini nati in ambito letterario o giornalistico che, come capita per gli adagi, finiscono per diventare d’uso popolare.
Tale diffusione consegue principalmente alla loro capacità di rimanere impressi nella memoria collettiva, di tramandarsi di generazione in generazione, di sintetizzare verità universali, di offrire “pillole” di esperienze collaudate, di corrispondere fedelmente a osservazioni durature della vita e delle condotte umane, di essere un mezzo di comunicazione potente ed essenziale al tempo stesso.
È sicuramente il caso dei termini riportati in intestazione che, dalla loro nobile origine letteraria, sono addirittura diventati strumenti di classificazione delle categorie umane, elementi di misurazione del valore di un individuo e di identificazione dei suoi valori, dei princìpi etici e morali che ne sovrastano la vita.
Leonardo Sciascia, nella sua opera “Il giorno della civetta”, nel raccontare le indagini sull’omicidio di un costruttore ucciso dalla mafia per essersi rifiutato di pagare il pizzo, “mette in bocca” al boss locale don Mariano Arena, interrogato dal capitano dei carabinieri Bellodi che conduce le indagini stesse e che aveva individuato il medesimo come mandante degli esecutori dell’omicidio, le seguenti affermazioni:
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…».
Parliamo di un’opera pubblicata nel 1961, ambientata in un contesto fatto di paura e omertà, di pressioni e ostilità, di collusioni e meccanismi occulti, di ambienti politici influenzati dalla mafia e depistaggi, di battaglia – simboleggiata dalla “civetta” che opera alla luce del sole e non più nell’ombra – contro la mafia, il suo radicamento sociale e il suo intreccio con la politica, di lotta per la giustizia anche di fronte ad autorità corrotte e inefficaci.
Eppure, quella filiera di categorie in cui Sciascia articola l’umanità, tutt’altro che casuale nel suo ordine e che dall’apice rappresentato dagli “uomini” porta progressivamente al vuoto impersonato dai “quaquaraquà”, a distanza di circa 65 anni quanto è ancora attuale sia pure in contesti ambientali diversi e in tempi profondamente cambiati?
Quanto è tuttora presente nella società quella classificazione, se ci si limitasse a valutare gli individui sulla base della statura interiore/morale, dell’integrità, della capacità di resistere alle pressioni, della dignità, del coraggio di vivere rispettando sé stessi oltre che gli altri?
Quanto è ancora odierna una società che, come quella descritta da Sciascia, premia spesso la mediocrità, la viltà, il servilismo e l’indifferenza, perché le relazioni sociali e le istituzioni pubbliche sembrano aver smarrito la bussola dell’etica?
Gli “uomini” sono davvero pochissimi, molti di più i “mezz’uomini” – categoria questa incarnata dall’uomo comune, che tutti i giorni con onestà almeno apparente vive la vita, ma che di sicuro non rinuncia o sacrifica parte di essa in nome della dignità e dell’altruismo – ma non abbastanza per soddisfare l’ammissione di don Mariano Arena che si accontenterebbe se l’umanità si fermasse a questo livello.
Ma quali sono le categorie che oggi vanno per la maggiore e si trovano a loro perfetto agio?
Beh, sicuramente quella degli “ominicchi” e dei “pigliainculo”.
Come ci ricorda don Mariano, i primi sono quegli adulti che imitano i grandi senza esserlo, le “scimmie” che, per l’appunto, ripetono i gesti e le parole altrui, gente inconsistente, che si dà un tono ma che è priva di contenuti, pericolosa per la boria e l’arroganza che la caratterizza; i secondi, “che vanno diventando un esercito”, definiti con un termine che dissociandosi da qualsiasi forma di stile e raffinatezza linguistica diventa volutamente offendente e insultante, sono rappresentati dai leccapiedi, dai servi sciocchi, che si piegano e sottomettono moralmente e psicologicamente, che scelgono la resa, la viltà come regola di vita pur di soddisfare le loro utilità, in quanto privi di dignità e coraggio, tipici esemplari da “gregge”, che fotografano oggi, insieme ai primi, un fenomeno sociale imperversante.
L’ultimo anello della catena discendente appartiene ai “quaquaraquà”, termine che richiama esplicitamente lo starnazzare delle anatre nelle pozzanghere. Rappresentano il vuoto assoluto, la nullità, fanno da cornice con la loro insignificanza, con il loro chiacchiericcio sterile.
In conclusione, una società in cui le dinamiche che Sciascia focalizza non sono affatto sparite ma si sono radicate altrove, una società in cui gli “uomini” ovvero le persone coraggiose, dignitose, libere, integre e altruiste sono sempre di meno e, peggio ancora, restano isolate e prive di sostegno, può coltivare l’aspirazione a cambiare in positivo?
La risposta è affidata al lettore, ma una cosa è tuttavia certa: se il cambiamento passa attraverso gli “uomini”, lo scegliere di stare in tale categoria umana piuttosto che nelle altre costituisce una libera ed esclusiva scelta di ogni singolo individuo; è troppo facile coprirsi dietro l’alibi che il contesto in cui viviamo ci spinge a adattarci e a iscriverci a una delle altre categorie.


