Un “Angelo”, un “Inno alla Vita”

ROMA – Quante definizioni di “Inno alla Vita” potremmo invocare?

Un inno all’esistenza come dono prezioso, un inno alla gioia e alla gratitudine per il dono dell’esistenza, un inno alla speranza e alla bellezza che resistono anche di fronte alle difficoltà, un inno simbolo di lotta, vitalità e dignità.

Spesso tale locuzione è associata alla omonima poesia di Madre Teresa di Calcutta, con il suo invito ad amare, a lottare, a godere e difendere la vita in ogni sua forma.

La vita, sì proprio la vita che alle volte impone di fermarsi, di riflettere più di altre il significato e l’essenza dell’esistenza, di interrogarsi sull’importanza che si dà alle vicende che capitano o sulla effettiva consistenza di ciò che si percepisce come un problema o una difficoltà.

Una di quelle volte, per chi scrive, è stata ieri al funerale di un “Angelo” che nei suoi 59 anni di esistenza ha rappresentato un luminoso esempio di “Inno alla Vita”, ha impersonato al meglio la celebrazione dello stesso.

Un “Angelo” che è stato una dimostrazione concreta di come si possa vivere con coraggio, speranza, dignità e positività la propria vita, anche quando la sorte, con malvagia spietatezza, ti riserva e riduce irreversibilmente, a 16 anni, su una sedia a rotelle.

Sì a 16 anni, quando ci si inizia a sentire “grandi”, quando la vita, in una fase di transizione, ci appare come una prateria sterminata da percorrere senza freni e impedimenti, quando tutto appare possibile, quando ci si comincia (o ci si cominciava, trattandosi di anni ’80) ad approcciare all’altro sesso con sentimenti forti e dirompenti, con la frequenza cardiaca che aumenta(va) implacabile e provoca(va) le “farfalle nello stomaco”.

Un “Angelo” che ha visto e vissuto la prematura e repentina scomparsa di familiari intimi, i cui due ultimi anni di esistenza sono stati contrassegnati da ricoveri senza soluzione di continuità in strutture ospedaliere per affrontare ora una patologia, ora un’altra, purtroppo non solo legate alla paraplegia.

Eppure, ciò nonostante, un “Angelo” che è rimasto fino in fondo aggrappato al dono della vita, che fino all’ultimo ha voluto lasciare un messaggio chiaro: la vita è un’opportunità e un mistero rispettivamente da cogliere e da scoprire, anche quando ti riserva batoste terribili, anche quando ti mette di fronte a ostacoli che ti inducono a mollare o a desistere.

Ed è per questo che il suo vissuto, la sua situazione personale e familiare, non gli hanno mai impedito di andare avanti, di mostrare agli altri quegli occhi buoni, generosi, vivi, sorridenti e curiosi.

Il tutto condito da una compita e positiva ironia, con cui riusciva a ridimensionare i problemi e a facilitare la costruzione di relazioni, anche grazie a un’umanità davvero non comune, che conquistava e coinvolgeva.

E la gente, caro “Angelo”, ti ha apprezzato e voluto bene per quello che eri come persona e non certo quale conseguenza di un atteggiamento compassionevole nei confronti di chi vive condizioni di disagio.

La cosa più bella che chi scrive ha potuto riscontare in questi ultimi mesi di tua sofferenza? Lo straordinario amore e l’indescrivibile dedizione che i tuoi familiari ti hanno riservato, anche questo un fatto non comune in una società in cui le disgregazioni familiari, e il conseguente “abbandono” di anziani e persone portatrici di disagi, sono via via più imperversanti.

Grazie, caro “Angelo”, per le lezioni di vita che ci hai donato, che probabilmente soltanto ieri, nel giorno più triste, quello del tuo funerale, abbiamo colto fino in fondo.