Referendum sulla giustizia: affluenza boom alle ore 23 di domenica!
ROMA – Avevate dei dubbi su un’affluenza massiccia alle urne per il c.d. referendum sulla giustizia?
Beh, se così fosse stato a dissiparli sarebbe già bastata l’affluenza alle ore 23:00 di domenica 22 marzo, orario di chiusura dei seggi nel primo dei due giorni previsti per tale referendum confermativo della relativa legge di revisione costituzionale, con una percentuale record registrata di circa il 46%.
Ma anche l’affluenza prossima al 39% delle ore 19:00 del giorno stesso, con punte in alcune regioni (Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana) dell’ordine del 45% circa, fa letteralmente impallidire non soltanto il 16,16% fatto registrare, nella stessa fascia oraria, dai due referendum abrogativi tenutisi l’8 e il 9 giugno dello scorso anno, ma anche la percentuale complessiva inferiore al 30% registrata dagli stessi alla chiusura delle votazioni nel secondo dei due giorni indicati.
La riferita percentuale record alle ore 23:00 di domenica 22 marzo, è un dato clamoroso, rappresenta la percentuale di votanti più alta di ogni altro referendum tenutosi nel terzo millennio con urne aperte due giorni, un dato che non aveva previsto la quasi totalità dei sondaggisti e che fa ragionevolmente ritenere che alle ore 15:00 di oggi 23 marzo, ossia alla chiusura delle urne, la percentuale finale sforerà abbondantemente la soglia del 50%, a riprova della grandissima mobilitazione e della capacità attrattiva che un tema come quello della giustizia, particolarmente sentito e di grande attualità, poteva suscitare negli italiani.
Ma tale cifra record, non comparabile con quella di precedenti consultazioni referendarie, è anche la conseguenza di quanto si evidenziava in precedenti articoli sul referendum in parola e, in particolare, sulla inevitabile politicizzazione dello stesso, sulla sua trasformazione in una sorte di test elettorale il cui esito, con un’affluenza così alta, avrà inevitabilmente delle conseguenze politiche: la bocciatura o il rafforzamento del governo, anche in vista delle elezioni politiche del prossimo anno.
Insomma, la forte polarizzazione politica del referendum, la capacità di un tema come quello della giustizia – anche in conseguenza della compulsiva mediaticità e viralità (o “bulimia social/digitale) di alcuni casi giudiziari, che alimentano un consumo, una produzione e condivisione di collegati contenuti mediatici e digitali assolutamente ossessivi e irrefrenabili – di vincere la diffusa e duratura “apatia” degli italiani rispetto alla partecipazione al voto, il fatto che il successo del “SI” o del “NO” non dipende anche dal raggiungimento di un quorum di validità del referendum stesso, con consequenziale spinta da parte dei due blocchi contrapposti a chiamare a raccolta il proprio elettorato per non lasciare nulla di intentato, le mobilitazioni trasversali e l’intensa e partecipata campagna elettorale, sono tutti fattori che sicuramente hanno già inciso e incideranno anche oggi sull’affluenza alle urne.
Come valutare il tutto?
Se ci trovassimo in un sistema istituzionale “normale” l’alta affluenza alle urne sarebbe sicuramente letta come un segnale di salute della democrazia, di presenza di una comunità viva e partecipe attraverso l’espressione del voto e, sotto il profilo più squisitamente civico, come una manifestazione di legittimazione democratica, di senso di responsabilità civica, di interesse per la res publica, di fiducia nel sistema stesso.
Ma siamo in un sistema istituzionale “normale”?
La risposta negativa a tale quesito porterebbe, inevitabilmente, a una rivalutazione di detti elementi sintomatici e quindi a una diversa lettura dell’affluenza alle urne in esame.


