Pogacar è già o è destinato a diventare il più grande ciclista di sempre?
ROMA – Rispondere al quesito in intestazione con la presunzione di fornire allo stesso una risposta categorica equivarrebbe a ignorare che, in qualsiasi disciplina sportiva, ogni campione è campione della propria epoca e quindi riflette l’eccellenza, i valori e lo spirito del tempo in cui vive, diventandone un faro, un punto di riferimento per i suoi contemporanei.
Ma muovere da tale caposaldo corrisponde anche ad affermare che ogni raffronto tra campioni di epoche diverse costituisce un esercizio anche suggestivo e stimolante ma che, di sicuro, non metterà mai tutti d’accordo per le troppe correlazioni spurie, perché perfino quando ci si appella ai soli numeri o ai successi, e quindi a dati almeno oggettivi, non si può trascurare che gli stessi assumono un significato e un’importanza diversa a seconda del momento storico in cui sono realizzati.
Per rimanere al ciclismo, un tempo il Giro di Svizzera era considerata una corsa a tappe importantissima, mentre non lo era la Vuelta di Spagna; stessa cosa si potrebbe dire per la Bordeaux-Parigi che un tempo era una rilevantissima corsa di un giorno e che oramai da decenni non si disputa più.
Insomma, tolti il Tour de France, il mondiale in linea e le c.d. Classiche Monumento (Parigi-Roubaix, Milano-Sanremo, Fiandre, Liegi-Bastogne-Liegi e Lombardia), la cui centralità e il cui fascino nel complesso delle corse ciclistiche non hanno mai risentito dell’influsso dei tempi che cambiano, anche il passaggio da un’era sportiva all’altra impatta sul prestigio dei successi coronati da un ciclista e quindi sulla rilevanza del suo palmares.
Così come la grandezza di un atleta, per rimanere ai successi conseguiti, dipende indubbiamente pure dallo spessore degli avversari della sua epoca, dalla misura in cui questi siano in grado di insidiarlo; anche questo, infatti, è un fattore che complica e rende difficile il paragone se di mezzo c’è la variabile tempo. O si pensi, ancora, a come il fattore guerra costrinse Coppi a saltare diverse stagioni (dal 1940 al 1945), sospendendone la carriera in una fase cruciale, dai 21 ai 26 anni.
Senza contare, poi, che il ciclismo di oggi è molto diverso anche solo da quello di pochi lustri fa: basti considerare i controlli molto più stringenti e sistematici sul doping, il modo in cui si sono evolute la preparazione, la nutrizione, l’aerodinamica, le bici, sempre più leggere e performanti, la gestione dello sforzo.
Si diceva di Pogacar come di un fuoriclasse assoluto, che fa dell’attuale dominanza sportiva e della percezione che determina negli appassionati di ciclismo, portandoli a ritenere che questo si identifichi, coincida esattamente con la sua persona, con tale ultimo elemento che lo distingue e rende pressoché unico rispetto ai campioni del passato e nel panorama attuale degli sport individuali, almeno di quelli professionistici.
Parliamo di un atleta che a nemmeno 28 anni ha già vinto 4 Tour de France e due mondiali in linea, al quale mancano all’appello, per chiudere il cerchio di tutte le corse che attualmente “contano”, soltanto la Vuelta di Spagna tra le grandi corse a tappe e la Parigi-Roubaix tra le “Classiche Monumento”, l’ultima per l’appunto rimasta dopo il recentissimo successo nella Milano-Sanremo.
E considerando che l’unico che può ancora arginare il suo strapotere, che può insidiarlo sia pure nelle sole corse di un giorno è l’olandese Mathieu Van der Poel, che però ha quattro anni in più di Pogi, è facile pensare che completare l’opera sia solo una questione di tempo e che, probabilmente, quest’anno potrà colmare detto vuoto.
Ma già l’indicato bottino è sufficiente per mettere Pogi sullo stesso piano di altri campioni assoluti del passato e, quindi, oltre al “Cannibale” Eddy Merckx, anche a Bernard Hinault, Jacques Anquetil e Fausto Coppi per citarne alcuni di quelli che hanno contrassegnato epoche diverse.
Ma c’è qualcosa che distingue Pogi e lo rende già esclusivo rispetto ai medesimi: il suo modo di correre, quegli apparentemente dissennati e fuori da ogni logica attacchi “da lontano” che danno ai suoi successi quel sapore di impresa epica e leggendaria che solo uno sport di grande fatica e sofferenza come il ciclismo può suscitare.
Questo modo di interpretare la corsa è, a ben vedere, tutt’altro che irragionevole e folle, perché mira a eliminare quegli elementi di casualità e imprevedibilità che una gara può riservare, perché è diretto ad attenuare la portata di tutte quelle variabili che ti lascerebbero, al loro verificarsi, in balia degli eventi, come il trovarsi a giocare il successo di una corsa allo sprint con un avversario più veloce.
Ma ci sono probabilmente altri due aspetti che spingono Pogi a correre in quel modo: il senso della sfida con sé stesso e quindi la ricerca ossessiva del miglioramento e del superamento dei propri limiti; il correre non tanto per sé stesso quanto per i tifosi, gli appassionati di ciclismo, per il sano delirio che può originare in loro quando, braccia al cielo, avanza verso il traguardo senza neanche l’ombra di un avversario sullo sfondo, all’insegna di una solitudine che lo eleva a una dimensione inarrivabile.
Imprese, le sue, con azioni solitarie di lunga gittata a 80/100 chilometri dal traguardo che, oltre a essere un lascito per i posteri, denotano una capacità e lucidità strategica non comune, propria di chi, all’istinto del creativo, associa anche la perfetta conoscenza dei tatticismi, delle dinamiche e della psicologia del gruppo e sa leggere e interpretare, meglio degli avversari, i momenti chiave della corsa.
Ed è in questo suo essere così diverso in corsa dagli altri campioni del passato che si sintetizza la grandezza e l’unicità di Pogi: mentre i medesimi, a partire dal più vincente in assoluto Merckx, ai loro tempi facevano meglio di tutti ciò che tutti facevano, Pogi riesce a fare cose che gli altri, al pari dei ciclisti di oggi, nemmeno osavano provare a immaginare per quanto distanti erano dal loro modo, ordinario, di interpretare e fare il ciclismo.
Ed è per questa ragione che, a parere di chi scrive, con la relatività e parzialità di valutazione prima descritte, Pogi è già il più grande ciclista di sempre.
Quanto ai numeri, se questi oggi dicono che il Cannibale Merckx con 11 Grandi Giri (5 Tour de France, 5 Giri d’Italia e una Vuelta di Spagna), 19 Classiche Monumento e 3 Titoli iridati, vanta un bottino di 33 grandi successi, mentre Pogi con 5 Grandi Giri (4 Tour de France e un Giro d’Italia), 11 Classiche Monumento e 2 Titoli iridati, conta un totale di 18 grandi successi, sempre a parere di chi scrive avendo Pogi almeno altri 8 anni di carriera davanti avrà la possibilità di spodestare anche sotto questo profilo Merckx, il quale, peraltro, a onore del vero, di recente lo ha già incoronato con grande fairplay come il migliore di sempre.


