Evviva la “Rometta” di Gasperini

ROMA – Un calcio il cui “marchio di fabbrica” sono le barricate, il “pullman dinanzi alla linea di porta”, i continui passaggi orizzontali e all’indietro, i soli lanci lunghi e calci piazzati per creare occasioni da gol COSA?

Partite che è impossibile vincere senza la presenza in campo di giocatori dotati di estro e inventiva, capaci di risolverle con una giocata QUANDO?

Una squadra che passeggia in campo, statica, in cui non si assiste a movimenti senza palla dei giocatori nemmeno a pagarli DOVE?

Una squadra che ogni sconfitta è sempre la colpa dell’arbitraggio di turno, delle cospirazioni da parte di poteri forti e occulti a livello nazionale ed europeo nonché, peggio ancora, dei giocatori di basso livello di cui si dispone COSA?

Una squadra che il derby – ossia la partita che perderla equivale(va?!) a stare male fino a quello successivo – è quattro volte su sei una sconfitta DOVE?

In una semplice locuzione: la Roma di Mourinho CHE?

Ecco appunto, la Roma di Mourinho, di questo “Profeta” del calcio capace di sedurre e incantare (ipnotizzare?!) decine di migliaia di tifosi della Roma e grossissima parte della stampa cartacea e dell’etere romano, che dal 2013 rimedia esoneri uno dietro all’altro in tutte le squadre che allena e che, grazie a contratti blindati da ricchissime clausole d’uscita, avrebbe incassato circa 110 milioni di euro da disoccupato, che nei tre anni, dal 2010 al 2013, in cui era alla guida di un Real Madrid stellare, con “palloni d’oro” presenti (CR7 e Kaka) e futuri (Benzema e Modric), con un attaccante straordinario come Higuaín che era la riserva di Benzema, non è stato capace di centrare neanche una finale di Champions League e che, cacciato lui, nei successivi 5 anni di Champions ne vinceva addirittura 4 (una, la decima, l’anno appresso nel 2014 con Ancellotti e 3, consecutive, dal 2016 al 2018, con Zidane).

Eppure, questo “Profeta” nonostante le annotazioni negative di cui prima e di tante altre che sarebbero facilmente elencabili e altrettanto agevolmente dimostrabili snocciolando dati oggettivi, continua ad avere i suoi “seguaci” nel ricordato ambiente – si quelli che lo avevano esaltato per aver vinto la Conference League, la coppetta che però quest’anno, quando il sogno del piazzamento in Champions League sembrava essere del tutto svanito, li terrorizzava alla sola idea del dover prendere parte alla relativa competizione dovendo girare, per giocarla contro squadre pressoché sconosciute, in lungo e largo l’Europa e per di più di giovedì – e probabilmente tra gli stessi figurano, si immagina, anche quelli che affiggevano/esibivano striscioni contro Gasperini qualificandolo in modo offensivo e che oggi, undici mesi dopo, senza ritegno ne esaltano le qualità umane oltre che quelle tecniche.

Gente per la quale l’antitesi, l’antinomia del calcio incarnata dalla Roma di Mourinho va bene esattamente come il calcio intenso e ingegneristico delle formazioni di Gasperini, che con una squadra provinciale come la sua Atalanta è stato capace di affascinare l’Europa calcistica.

Si Gasperini, finalmente i Friedkin hanno capito che dovevano affidarsi a un grande tecnico e seguirlo fino in fondo, un tecnico che ha avuto il coraggio di affrontare la complicata e intrigante “sfida Roma”, sapendo di doversi confrontare anche con quei “discepoli” del Profeta sparsi ovunque, che alla prima occasione utile avrebbero cercato di defenestrarlo, al limite reclamando anche la più recente Roma di Ranieri.

Sono gli stessi che dopo la vicina fragorosa sconfitta contro l’Inter, evidenziavano le 11 sconfitte in campionato, parlavano di stagione fallimentare, invocavano la Roma di Ranieri, e che oggi, caro Gasp, essendo senza pudore, la esaltano.

Ma sono anche i medesimi che non appena riemergerà qualche difficoltà, ripartiranno con lo stesso refrain.

Ritornando alla sfida Roma accettata, lo ha fatto di certo non chiedendo alla società fuoriclasse inarrivabili sotto ogni profilo, ma semplicemente l’acquisto di giocatori funzionali al suo giuoco, che, come nessun altro, è poi in grado di esaltare/valorizzare, determinando in caso di cessioni sostanziose plusvalenze, cessioni che hanno consentito alla sua Atalanta di avere negli anni il bilancio più florido della Serie A, aumentando al tempo stesso la competitività in Italia e in Europa.

Alcuni esempi di quest’anno? I giocatori, fortemente voluti da lei, Wesley e Malen, con quest’ultimo arrivato solo a gennaio, capace di segnare 14 gol in 18 partite di campionato e di trascinare la Roma in Champions League dopo 7 anni, con un impensabile piazzamento al terzo posto.

Qualcuno forse si domanderà quale avrebbe potuto essere il campionato della Roma con un Malen fin dall’inizio, quando invece Gasp si è dovuto accontentare, tra un infortunio e l’altro, di attaccanti non adatti al suo gioco, il tutto reso ancora più complicato a causa dei seri e prolungati infortuni di Soulé e Dybala in una fase topica del campionato. Eppure, il tecnico fin dalla scorsa estate aveva a più riprese sottolineato l’esigenza di dover prendere in avanti giocatori con certe caratteristiche, tecniche e atletiche.

Ritornando ai Friedkin, a differenza di quanto capitato in passato hanno capito anche un’altra cosa: fuori dalla Roma chi, non importa se in buona o in cattiva fede, destabilizza l’ambiente, non rema nella giusta direzione, non è in grado di assolvere adeguatamente al proprio compito. È già toccato a Ranieri, toccherà a seguire a Massara.

Ci sarebbe un terzo ulteriore fattore che i Friedkin dovrebbero assicurare e rispetto al quale il Gasp insiste sistematicamente, spiegandone chiaramente le ragioni e i vantaggi che ne conseguirebbero: una costante presenza della proprietà a Trigoria.

È un fattore fondamentale, soprattutto in un ambiente come quello della Roma, in cui certe “pratiche”, taluni “usi”, da parte di personaggi di ieri e di oggi si sono oramai radicati e consolidati e che, senza un ricambio generazionale basato su altri elementi “culturali”, sarà difficile scardinare. In tal senso, la presenza parrebbe più assidua di Ryan Friedkin fa ben sperare.

Per ora grazie caro Gasp, per aver dimostrato che la tanto famosa quanto dileggiata “banda del sesto posto” è capace di arrivare ugualmente al terzo posto, per aver esaltato le caratteristiche dei suoi componenti, di cui oggi convintamente, e fa bene, chiede il rinnovo contrattuale, provando a far afferrare, agli stolti che di calcio poco capiscono, che uno “spogliatoio” è fatto di persone prima ancora che di calciatori e che, in un giuoco di squadra, le qualità umane non sono da meno rispetto a quelle tecniche, che pure esistono.