“Magnifica humanitas”: la “Dottrina sociale della Chiesa” nel tempo dell’intelligenza artificiale

ROMA – Di intelligenza artificiale (IA) si è scritto con riferimento alla possibilità della stessa, se contestualizzati e resi sicuri, affidabili ed etici i relativi sistemi, di rivoluzionare l’accessibilità attraverso l’abbattimento delle barriere digitali, così da favorire l’inclusione e l’uguaglianza sociale delle persone che vivono una qualche condizione di disabilità.

Ma di IA si è detto anche in merito agli effetti che potrà avere sul lavoro autonomo e subordinato, sui livelli occupazionali, sulle modalità di svolgimento di determinate professioni e mestieri, evidenziando come: dove la manualità, il contatto e le interazioni fisiche e relazionali sono fattori essenziali e imprescindibili, non si sostituirà all’elemento umano non potendolo per ovvie ragioni replicare; dove invece le attività lavorative sono agevolmente automatizzabili, determinerà la necessità di investire nella formazione che, insieme a resilienza e adattabilità, costituisce una skill chiave e decisivo per potersi ricollocare prontamente nel mondo del lavoro.

Ma dell’IA si è esposto altresì rispetto ai rischi e ai pericoli che possono scaturirne.

È il caso della dipendenza e omologazione alla stessa, esattamente come per qualunque altra forma di dipendenza tecnologica, con gli inerenti effetti negativi sullo sviluppo cognitivo (capacità di analisi e ragionamento), linguistico ed emotivo di coloro che ne restano “contagiati”, ma anche dei deepfake, dei falsi digitali, e quindi dei furti di identità che si subiscono attraverso foto, video e audio contraffatti, creati da software di IA partendo da immagini e audio veri, con conseguenti gravissime minacce per la riservatezza e la dignità delle persone.

Rischi e pericoli, quelli indicati, che evidentemente non sono insiti nella tecnologia in sé ma nell’uso che se ne può fare e che sono sempre maggiori in una società in cui le relazioni digitali sono via via più diffuse, in cui è crescente lo sviluppo dell’infrastruttura digitale.

 

“Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”

 

Ed è proprio sui ricordati contenuti che riflette, in coincidenza con il 135° anniversario della “Rerum novarum” di Leone XIII, Papa Leone XIV, firmando il 15 maggio scorso la sua prima enciclica dal titolo in intestazione (di seguito: “Enciclica”), pubblicata poi il successivo 25 maggio.

Nell’Enciclica, il Santo Padre affronta il tema della “Dottrina sociale della Chiesa” nel tempo dell’IA e, muovendo dalla consapevolezza che quest’ultima rappresenta una delle principali sfide contemporanee, lancia tra gli altri anche l’appello che occorre, nell’era digitale, “disarmare” l’IA stessa affinché serva l’umanità e non il potere di pochi.

Nell’Enciclica, articolata in cinque capitoli preceduti da un’introduzione e seguiti da una conclusione, il Pontefice proprio in alcuni periodi dell’introduzione sintetizza la sfida di cui prima ed esprime le raccomandazioni, le esortazioni dirette a evitare le possibili deformazioni della tecnologia in generale e dell’IA in particolare.

Nello specifico, quando afferma che «Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». (…) Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa». (…) Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune. (…) Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito […] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». (…) Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.».

Il Santo Padre, dunque, partendo dall’assunto che la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona», né «di per sé un male» rileva tuttavia come la stessa, «concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa.».

 

L’esigenza di un codice etico condiviso sull’IA

 

Nel terzo capitolo dell’Enciclica, dal titolo «TECNICA E DOMINIO. LA GRANDEZZA DELLA PERSONA UMANA DAVANTI ALLE PROMESSE DELL’IA», Leone XIV dopo aver richiamato i principi che illuminano la Dottrina sociale della Chiesa, entra specificatamente sul tema dell’IA e lo fa con una nitidezza e nettezza espositiva e contenutistica che non lasciano spazio a fraintendimenti di sorta.

In particolare, quando sostiene che «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore.».

Ed è per queste ragioni che occorre approcciarsi all’IA con «prudenza, verifiche rigorose», e tale «esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.».

È fondamentale, prosegue il Papa, che «siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. In molti casi, tuttavia, i processi interni che conducono a un risultato possono essere poco trasparenti, e ciò rende più difficile attribuire responsabilità e correggere gli errori. È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano.».

In tale ottica, aggiunge Leone XIV, c’è soprattutto bisogno di «una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa», perché non «serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi.».

Occorre infine, afferma il Pontefice usando una parola che gli «sta a cuore», “disarmare” l’IA, vale a dire «sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale.».

Il progresso della tecnica, raccomanda inoltre il Papa, non faccia regredire il cuore: la tecnologia può alleviare le sofferenze e aprire nuove possibilità all’umanità, ma non deve sostituirla o superarla, né deve portarla a rinnegare ciò che le è proprio, che la rende sé stessa, vale a dire «la capacità di relazione e di amore».

Di fronte all’IA, conclude il Papa, a ben vedere «la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere».

 

Conclusioni

 

Se non è sufficiente regolamentare l’IA, se occorre invece disarmarla e renderla ospitale, significa, in via inferenziale, per contrapposizione logica, che secondo Papa Leone XIV attualmente la stessa è un luogo/terreno “armato” e, di conseguenza, “inospitale”. Se non fosse armato, infatti, sarebbe verosimilmente uno spazio ospitale, abitabile, condiviso, senza rapporti di subordinazione/condizioni d’inferiorità tra i suoi abitanti. Ma armato da chi?

È armato, come ci spiega il Pontefice, non solo da logiche di competizione militare, ma anche di competizione economica, cognitiva, geopolitica e commerciale e per disarmarla occorre sottrarla a tali logiche, sottrarla ai monopoli di alcuni e restituirla alla «pluralità delle culture umane e delle forme di vita».

 

Ma il problema è proprio questo.

Come disarmare l’IA? Chi può disarmare l’IA?

Nell’Enciclica il termine “disarmare” non si traduce in una o più proposte/soluzioni operative, fatta eccezione forse per il solo «codice etico da usare».

In tal senso, allora, quello di Papa Leone XIV sembra essere più una enunciazione, un appello, un richiamo rivolto ai grandi della Terra – intendendo questa volta anche quegli «attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi», che detengono il potere tecnologico e che pertanto è più difficile orientare al bene comune – affinché facciano prevalere, con riferimento allo stesso potere tecnologico, il buon senso, criteri di giustizia sociale condivisa. Ma anche una parola d’azione volta a interpretare il presente, a denunciarne le ingiustizie e a guidare detti interessati verso ciò che dovrebbe essere contro ciò che invece è.

Più una profezia quindi, che una predizione del futuro.