Nucleare, la Camera dà via libera alla legge delega. Ora parola al Senato per l’approvazione definitiva

ROMA – La Camera dei deputati ha approvato lo scorso 4 giugno il disegno di legge contenente la delega legislativa a disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione (di seguito “ddl”), con 155 voti favorevoli, 8 astenuti e 86 contrari.

Hanno espresso voto favorevole al ddl i deputati della maggioranza e di Azione, di astensione quelli di Italia viva e contrario il resto del centrosinistra.

Il ddl passa ora al vaglio dell’altro ramo del Parlamento, con il governo che punta a farlo approvare dal Senato della Repubblica prima della pausa estiva, così da poter emanare i decreti legislativi (d.lgs.) attuativi addirittura entro la fine dell’anno.

Il ddl prevede dunque la delega al governo all’emanazione (entro un anno dalla sua entrata in vigore, n.d.r.) dei d.lgs. attuativi, nel rispetto dei principi e criteri direttivi in esso contenuti. Tra questi, figurano la necessità di garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute, assicurare le migliori tecnologie utilizzabili per la minimizzazione della produzione di rifiuti radioattivi, semplificare i procedimenti autorizzatori per l’installazione e l’esercizio degli impianti nucleari, stabilire misure di compensazione e benefici per i territori ospitanti gli impianti stessi, assicurare la partecipazione dell’industria italiana all’intera filiera tecnologica (dalla progettazione alla costruzione, fino alla gestione e alla manutenzione degli impianti nucleari).

I d.lgs. dovranno disciplinare aspetti come: la sperimentazione, la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari; la produzione di idrogeno tramite energia nucleare; la localizzazione e la gestione degli impianti di stoccaggio e smaltimento dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito; lo smantellamento degli impianti a fine vita e la sicurezza nucleare; la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti; la ricerca e l’innovazione; la formazione degli operatori del settore; le campagne informative a beneficio dei cittadini e delle specifiche popolazioni interessate dalla localizzazione degli impianti; la disciplina sanzionatoria.

La posizione del Governo

Per il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, il percorso avviato con il ddl, in un mondo in cui la domanda di energia è destinata a dilatarsi velocemente – anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile – produrre energia da fonte nucleare attraverso tecnologie di nuova generazione, che accompagnano e integrano lo sviluppo delle fonti rinnovabili, significa essere non solo più competitivi, grazie ai conseguenti minori costi per le imprese e famiglie, ma anche più indipendenti e forti rispetto a dinamiche internazionali di varia natura (di cui le attuali vicende della guerra in Iran sono una chiara dimostrazione, n.d.r.), che impattano sul piano economico e geopolitico.

Per il Governo, dunque, le nuove tecnologie nucleari sono, sotto il profilo socioeconomico, una leva decisiva per la competitività economico-industriale e l’occupazione del nostro Paese, il tutto in un quadro in cui l’evoluzione tecnologica nel campo della ricerca nucleare assicura un salto di qualità in termini di sicurezza e di efficienza, in particolare attraverso i piccoli reattori modulari – dei quali non è ancora stata avviata la commercializzazione, prevista nei primi anni 2030 – più piccoli, più innovativi, più sicuri, più flessibili, più sostenibili sul piano ambientale ed economico rispetto ai grandi reattori tradizionali, con la particella “più” che assume ovviamente un significato logico discriminante lungo un percorso teso a coniugare la competitività del sistema produttivo e la sostenibilità ambientale, ma anche a tutelare le famiglie attraverso la crescita delle opportunità occupazionali e la maggiore stabilità e sostenibilità dei costi (bollette) dell’energia.

Le scelte del passato

Eppure, in Italia, scelte nella direzione ora tracciata dal ddl sono state impedite anche da ideologismi, radicalismi e massimalismi artefatti in materia di ambiente, che continuano a esistere esattamente come in passato e che rappresentano, nelle sedi istituzionali e non – lo si vede, in particolare, in occasione della realizzazione di grandi opere infrastrutturali – uno dei principali ostacoli alla crescita del Paese, perché interpretano e esprimono posizioni estreme e intransigenti, che rifiutano qualsiasi coniugazione, qualunque compromesso positivo, tra protezione dell’ecosistema e sviluppo economico o industriale.

Ideologismi che, accompagnati da “campagne informative” a tappeto e tese a impressionare i destinatari, facendo leva sulla paura angosciante e paralizzante che genera il nucleare determinano una percezione altissima della minaccia, disorientano, stordiscono e condizionano l’opinione pubblica, non consentendole di valutare l’impatto reale, in termini di effettivi vantaggi e rischi, del nucleare stesso.

E la cosa più assurda e paradossale di tali condizionamenti consiste nel fatto che la scelta dell’energia nucleare, ieri come oggi, non resta confinata dentro il perimetro del territorio del Paese che la effettua.

Della serie: se la Francia sul finire degli anni ’70 e nei successivi anni ’80 faceva la scelta dell’energia nucleare, al punto che oggi genera circa il 70% del proprio fabbisogno elettrico attraverso 18 centrali nucleari, che la rendono il primo esportatore netto di elettricità al mondo, un eventuale guasto grave a una di tali centrali non rimarrebbe di certo “rinchiuso” all’interno del Paese, considerato che la dispersione della nube radioattiva che ne deriverebbe, trasportata dai venti, finirebbe inevitabilmente per contaminare aria, suolo e falde acquifere anche dei paesi vicini.

Excursus legislativo e giurisprudenziale in materia di energia nucleare

Ma detti condizionamenti hanno finito per influenzare anche i decisori politici del nostro Paese, come certifica il travagliato excursus legislativo e giurisprudenziale in materia di energia nucleare, a partire dall’approvazione della legge n. 1860/1962, per poi passare ai referendum abrogativi (in particolare quelli del 1987, n.d.r.), con esito positivo, di disposizioni normative inerenti al nucleare e ai successivi interventi normativi che hanno dato conto della volontà popolare espressa dai referendum, senza contare la giurisprudenza costituzionale in merito al divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare stessa.

In tale contesto, si ricorderà di certo la sospensione dei lavori della centrale di Montalto di Castro e la sua riconversione in centrale termoelettrica, piuttosto che la previsione normativa che l’Enel costituisse una società (SOGIN, n.d.r.) per lo smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse, la chiusura del ciclo del combustibile e le attività connesse nonché, a seguire, le disposizioni che stabilivano che la stessa società si occupasse della messa in sicurezza di lungo periodo delle sorgenti radioattive dismesse ai fini del loro futuro smaltimento, assicurando un immagazzinamento in sicurezza per un periodo di almeno cinquanta anni. Si è giunti poi ai decreti legislativi attuativi delle direttive EURATOM per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, per la sicurezza degli impianti nucleari, per la protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti.

Che sia la volta buona?

Verrebbe da pensarlo rispetto a un quadro comunitario che vede, nell’ambito dell’attuale percorso di transizione energetica, da un lato le Istituzioni dell’UE considerare l’energia nucleare un’alternativa, a basse emissioni di anidride carbonica (carbon free), rispetto ai combustibili fossili e, dall’altro, la vigente normativa UE focalizzata a migliorare gli standard di sicurezza delle centrali e il corretto smaltimento dei rifiuti radioattivi.

Ma siamo l’Italia e quindi ogni forma di cautela è d’obbligo.

Certo ignorare oggi che l’indipendenza energetica, la sovranità energetica dell’Italia passa unicamente dal nuovo nucleare sarebbe più che mai grave, soprattutto per quelle forze politiche che ambiscono legittimamente a governare il Paese, vogliono stare convintamente in Europa, ma poi concretamente fanno fatica a prendere le distanze dalle posizioni in direzione opposta in materia di energia nucleare assunte in passato.

Posizioni a causa delle quali paghiamo oggi un prezzo salatissimo, non solo in termini di minore competitività del nostro sistema produttivo e di spinte inflazionistiche, alimentate dall’elevato costo dell’energia, che erodono il potere di acquisto delle famiglie italiane e, con esso, i consumi in special modo di quelle meno benestanti, ma anche sotto il profilo della nostra dipendenza geopolitica e quindi della condizione che patiamo a causa della vulnerabilità strutturale in campo energetico, che rende la nostra politica estera ostaggio dei paesi produttori di gas naturale e petrolio.