Jannik Sinner e Andrea Kimi Antonelli: così poco “italiani”, così poco “ragazzi di oggi”

ROMA – Sono i simboli di un’Italia che vince eppure, agli occhi dei più, appaiono così poco “italiani”, così poco riconducibili agli stereotipi dei ragazzi dei nostri giorni.

Sarà per il livello di maturità che esprimono? Per il fatto che appaiono più grandi, in termini di equilibrio e consapevolezza del proprio ruolo, di quello che dice la loro rispettiva età?

Di Sinner si è scritto più volte, delle sue non comuni doti sia tennistiche, sia umane.

Anche se poi, quello che si è verificato in questi ultimi mesi, con tutti e 5 i Masters 1000 disputati dall’inizio dell’anno vinti, 6 consecutivi se si conta anche l’ultimo dello scorso anno – record questi assoluti, così come quello associato delle 34 vittorie di fila e quello di essere riuscito a vincere tutti i 9 Masters 1000 in palio ad appena 24 anni, impresa questa centrata dal solo Novak Djokovic, ma a 31 anni – ha del prodigioso e finisce per offuscare gli elementi di valutazione dell’uomo Sinner.

Per completare il pantheon dei tornei più prestigiosi, gli mancano ora solo il Roland Garros, l’unico slam ancora da vincere e che – dopo la finale persa lo scorso anno con Alcaraz sciupando tre palle del match al quarto set, ma al rientro da poco all’attività agonistica a causa della squalifica – è il suo grande obiettivo 2026, e l’oro olimpico.

Ma quello a cui si sta assistendo in questa fase – ed è qui che ritorna protagonista l’uomo Sinner con le sue capacità (naturali?!) di gestire in generale lo stress ma anche le tensioni dell’occasione, di affrontare con fiducia anche i momenti più difficili, di saper leggere lucidamente gli stessi e trasformarli in momenti crescita, in insegnamenti per migliorarsi, elementi questi da cui dipende anche la sorprendente continuità a livelli altissimi durante tutto l’arco della stagione – a maggior ragione dopo l’uscita di scena di Carlos Alcaraz in conseguenza dell’infortunio che lo terrà fuori dai tornei, come dal medesimo annunciato, almeno fino a Wimbledon, è la sua travolgente superiorità, la sua dominanza sportiva, la diffusa consapevolezza, non la semplice sensazione, che solo fattori imponderabili/imprevedibili, fortuiti/casuali e extra tennistici possano determinarne una sconfitta.

In questo momento, infatti, Sinner non ha avversari in grado di reggere il confronto, gli stessi scendono in campo ridotti a uno stato di rassegnazione, senza coltivare il proposito di poterlo battere, forse con la sola speranza di strappargli un set o di perdere dignitosamente, al punto che a volte non si sforzano nemmeno di variare qualcosa del loro giuoco per creargli una qualche difficolta; simmetricamente, noi spettatori, sapendo già come andrà a finire il match, ci concentriamo sui colpi di Sinner, proviamo a meravigliarci delle “novità” che caratterizzano il suo giuoco attuale, come il servizio sempre più potente e incisivo, la volée, la palla corta (o smorzata), e ci troviamo alla fine per incanto stupiti di qualcosa, la sua vittoria, che era ampiamente annunciata. Anzi vi è di più: in questo momento il tennis si identifica fondamentalmente con lui, se Sinner non gioca si ha la sensazione che ci sia poco o nulla di interessante da vedere, perché manca il suo re, il suo dominatore. È esattamente quello che capita con Pogacar nel ciclismo, di cui si è ampiamente scritto.

A che cosa si deve tutto questo? Risposta semplice: alla testa di Sinner, che lo porta sistematicamente alla ricerca ossessiva del miglioramento e del superamento dei propri limiti, al senso della sfida con sé stesso.

Di Andrea Kimi Antonelli, pilota di Formula 1, bolognese di 19 anni, si scrive per la prima volta e pur essendo già famosissimo non solo in Italia, non può di certo vantare, fosse solo per un fatto anagrafico, la carriera in termini di successi Sinner.

Si tratta di un ragazzo che, al timone della Mercedes – lui che la patente di guida l’ha conseguita di recente e che, pertanto, fino a poco tempo fa non poteva guidare su strada – è salito alla ribalta già lo scorso anno dopo aver dominato le competizioni che ordinariamente precedono l’approdo in Formula 1, il massimo palcoscenico per un pilota di vetture da corsa.

Nell’attuale campionato del mondo di Formula 1, con la sua Mercedes numero 12 – in ricordo/omaggio silenzioso al suo idolo di sempre Ayrton Senna, che esordì con quel numero al debutto nella Lotus, al quale si ispira misticamente per il modo di intendere e interpretare la guida – ha vinto il suo quarto gran premio consecutivo dei 5 fin qui disputati, nel primo è arrivato secondo alle spalle del compagno di squadra Russell, situazione questa che gli consente di primeggiare nella classifica del mondiale piloti con ben 43 punti di vantaggio su quest’ultimo. Un primato nella storia della Formula 1: a nessuno era mai riuscito di inanellare 4 successi di fila dopo il primo in carriera, figurarsi poi a 19 anni. Nel podio del gran premio del Canada di ieri figuravano al suo fianco, quasi a voler simbolicamente investire di dignità regale l’astro nascente della Formula 1, al secondo gradino Hamilton e al terzo Verstappen, vale a dire ben 11 titoli mondiali piloti.

Certo il nostro Kimi è figlio d’arte – il padre è fondatore di una scuderia impegnata nei campionati GT e Formula 4, insomma è cresciuto in una famiglia in cui i motori sono di casa – ma l’equilibrio e la lucidità con cui nelle dichiarazioni a caldo analizza le gare, la risolutiva forza mentale fin qui mostrata nel governare mentalmente le gare stesse a partire dalle tensioni che le caratterizzano, la cura maniacale dei dettagli, l’ossessiva perseveranza e l’impegno, in una parola la professionalità, con cui pratica quotidianamente il suo sport e ricerca costantemente il miglioramento, sono caratteristiche che, unite alle sue qualità umane, lo rendono meravigliosamente simile a Sinner, di cui è peraltro amico, come le loro carine e sentite interlocuzioni testimoniano.

C’è di più: come per Sinner, la notorietà e il successo che gli stanno piovendo addosso sembrerebbero non cambiarlo nel rapporto con gli altri, sembrerebbero non avergli dato alla testa.

Insomma, Jannik come Kimi, rappresentano, per la maturità, le consapevolezze, i valori veri che esprimono alla loro età, figli evidentemente anche di una positiva educazione familiare, modelli sicuramente da prendere a riferimento e da emulare, ma anche, purtroppo, esempi positivi così distanti da quelli che sono gli stereotipi diffusi di ragazzi italiani loro coetanei, al punto che ci si chiede a volte se siano effettivamente “italiani”.

E allora per sdrammatizzare è il caso di chiudere con una battuta: ma sono così poco “italiani” per effetto del loro nome di stampo cinematografico?