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Il fattore religioso nel dibattito presidenziale americano

Il fattore religioso nel dibattito presidenziale americano

By Luca Ozzano

di Aspenia online

Il fattore religioso ha avuto, fino ad ora, meno peso del solito nella campagna per le primarie repubblicane per le elezioni presidenziali del 2012. Ciò è dovuto a tre ragioni principali. La prima è il fatto che, in tempi di crisi, è più valido che mai il motto clintoniano “it’s economy, stupid!”. La seconda ragione è la presenza alla Casa Bianca di un presidente che ha un feeling con il mondo religioso – anche gli Evangelicals – che non ha precedenti nel Partito democratico dai tempi di Jimmy Carter. Infine, Barack Obama è il presidente che ha eliminato Osama bin Laden e propiziato la caduta di Gheddafi: a lui non si possono certo più “rimproverare” le radici islamiche paterne. In assenza di temi di discussione forti, l’attenzione degli osservatori si concentra soprattutto su due interrogativi. Il primo, come già segnalato in precedenza in queste pagine (http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/il-fattore-mormone-nella-corsa-alla-presidenza-usa) è rappresentato dalla presenza tra i front-runner di un candidato mormone come Mitt Romney (a cui si è aggiunto il correligionario Jon Huntsman, che tuttavia non sembra avere, almeno per ora, ambizioni di vittoria). Già all’inizio della campagna ci si chiedeva se l’elettorato repubblicano credente, e in particolare gli Evangelicals e le altre congregazioni più intransigenti, avrebbero accettato un candidato appartenente a questa fede (che, paradossalmente, è considerata ‘poco cristiana’ dai conservatori, e ‘troppo cristiana’ dai liberal). La seconda incognita era rappresentata dalla presenza di più candidati in lizza per aggiudicarsi il consenso proprio del voto cristiano: l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, l’avvocato cattolico Rick Santorum, l’eroina dei Tea Party Michele Bachmann, l’ex governatore del Texas Rick Perry, il magnate della pizza Herman Cain, e l’ex speaker del Congresso Newt Gingrich. Il tema del mormonismo di Romney è stato introdotto concretamente nella campagna dalle dichiarazioni del pastore battista del Texas Robert Jeffress, secondo le quali il mormonismo non sarebbe una confessione di matrice cristiana, ma un cult (ovvero, come diremmo noi, una setta). Questa affermazione sembra fare parte di una campagna orchestrata da Perry (del quale il pastore è sostenitore), che contestualmente ha accusato Romney di essere troppo morbido, e opportunista, nelle sue posizioni pro-life contro l’aborto. Il messaggio è duplice: Romney non è accettabile come candidato in quanto membro di una confessione ‘sospetta’ per il mondo cristiano; e in ogni caso è criticabile poiché non è nemmeno un buon mormone, ovvero non è convintamente ancorato ai valori religiosi conservatori. Quando la questione del mormonismo è stata posta all’attenzione dei candidati durante il dibattito di Las Vegas del 18 ottobre, la linea di Romney è stata quella di ribadire il principio di laicità, per cui il fatto di valutare un candidato in base alla sua fede religiosa sarebbe una violazione della libertà personale. Gli altri candidati hanno invece sostenuto, in termini conservatori ma politically correct, che non è tanto importante la confessione di un candidato, ma i valori a cui aderisce. Insomma, la dimensione religiosa della figura di Romney appare come un terreno minato, quasi un’arma a doppio taglio che potrebbe rivolgersi contro chi la usi in modo troppo disinvolto. Resta, comunque, il fatto che oltre metà degli Evangelical (uno zoccolo duro del Partito repubblicano) ha dichiarato che non voterebbe un candidato mormone. Resta aperta la questione di chi sarà (se ve ne sarà uno) il candidato rappresentante del voto religioso e/o dei Tea Party (talvolta le due cose coincidono, talvolta no). Inizialmente sembravano avere più chances Bachmann e Perry, che tuttavia sono presto calati considerevolmente; vi è poi stata l’effimera ascesa di Cain, costretto tuttavia al ritiro da questioni di molestie sessuali; oggi i sondaggi sembrano favorire il veterano Gingrich, che a metà novembre è passato al primo posto nei sondaggi, davanti anche a Romney (la cui sostanziale immobilità poco sopra il 20% sembra segnalare la difficoltà nel catturare una parte del voto repubblicano). Chi si era mostrato più intransigente dal punto di vista religioso nel dibattito CNN del 13 giugno (quello in cui è stato dato più spazio a tali questioni), non ha invece avuto grande fortuna: Tim Pawlenty è già fuori dalla competizione e Rick Santorum viaggia fra l’1 e il 4%. Gli altri candidati si sono mostrati molto più prudenti e attenti ad altre considerazioni, e non sono emerse grandi differenze tra di loro. Bachmann, interrogata sui matrimoni gay, si è detta contraria in linea di principio, ma non intenzionata a prevaricare la sovranità dei singoli stati (al contrario, paradossalmente, del ‘moderato’ Romney, che sostiene un emendamento costituzionale sul tema). I candidati sono poi tutti contrari all’ammissione esplicita degli omosessuali nelle forze armate decisa da Obama: non per principio, ma perché “i militari stessi ci dicono che è controproducente”. Sulla questione dell’aborto, concordano su posizioni pro-life (un must per qualsiasi candidato repubblicano), e criticano velatamente Romney che ha sostenuto in passato posizioni pro-choice. L’accusa, nelle parole di Santorum, verte sul fatto che “molta gente concorre per la presidenza dichiarandosi pro-life, e poi mette questa questione nel dimenticatoio”. Un elemento molto evidente è il tentativo di Gingrich di rivendicare la sua anzianità di servizio in quanto family values crusader dell’era pre-Bush, osservante ma non estremista, che forse potrebbe renderlo il candidato più credibile per i conservatori religiosi. Molto dipenderà, tuttavia, dall’esito del caucus del 3 gennaio in Iowa, dove il voto conservatore avrà un forte peso (e dove Bachmann ha vinto in agosto una simulazione di voto).

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